Se in Italia si torna a parlare di legalizzare la prostituzione, qui in Olanda si discute di un giro di vite sulla legge che dal 2000 ha regolamentato l’esercizio del mestiere più antico del mondo.

Lo scorso febbraio, Ludwwijck Asscher, vicepremier e ministro degli affari sociali dei Paesi Bassi, ha denunciato come la normativa liberale non avrebbe minimamente intaccato la questione dello sfruttamento; insieme a un’agguerritissima collega del partito laburista è andato in missione in Svezia, per studiare il modello di “zero tolerance” di Stoccolma. Al loro ritorno, le parole di elogio per quel sistema che avrebbe “risolto il problema della prostituzione” si sono sprecate. Ma Een Vandaag, programma quotidiano di approfondimento della tv olandese, ha voluto vederci chiaro e ha mandato una sua troupe in Svezia, mettendo in luce come in realtà le autorità svedesi abbiano ben pochi dati a sostegno della reale efficacia della loro politica restrittiva.

Insomma il bilancio del più avanzato esperimento al mondo di prostituzione legalizzata, a 13 anni dal suo varo, è stato un tale fallimento da richiedere un drastico e rapido dietro-front?

I fautori della “tolleranza zero”, per la verità, non sono riusciti ad elaborare argomenti molto convincenti e allora per capirci qualcosa, ho contattato Corinne Dettmeijer capo dell’ Osservatorio dei Paesi Bassi sulla tratta degli esseri umani; secondo la quale, la normativa richiede certamente “un tagliando”, alla luce della mutata situazione politico-economica rispetto all’approvazione della normativa del 2000 ma la legalizzazione – ha proseguito – è stata una conquista a vantaggio della sicurezza e della visibilità delle ragazze, favorendo una certa destigmatizzazione dell’attività e offrendo la possibilità alle associazioni di categoria di operare alla luce del sole. “Ora il governo olandese deve focalizzarsi sulla lotta allo sfruttamento” ha detto la Dettmeijer, operazione resa oggi più difficile dalla libera circolazione europea. In effetti le ragazze, nel Quartiere a Luci Rosse di Amsterdam, sono in gran parte provenienti dall’Est Europa e spesso non parlano né inglese, né olandese. Anzi, voglia di parlare ne hanno davvero poca. Approcciarne qualcuna e cercare di capire cosa facciano e come vivano, oltre i 50 euro per 15 minuti di prestazione, è un’impresa. Ma un amico che lavora in un sex shop del Wallen (questo il nome del Quartiere a Luci Rosse) qualche tempo fa, mi fece aggirare nel suo negozio per qualche giorno e cosi riuscii a scambiare due chiacchiere con alcune di loro. La più loquace, un’ungherese sulla trentina, mi ha raccontato di essere una pendolare nel mercato europeo del sesso: oggi ad Amsterdam, domani a Bruxelles, la prossima settimana in Svizzera. E come lei, ha raccontato, gran parte delle “straniere”, ossia l’80% delle ragazze in vetrina, lamentandosi – inoltre – per la stagione magra: pochi turisti e molta concorrenza. Nonostante il comune di Amsterdam abbia chiuso, negli ultimi 10 anni, oltre 1/3 delle vetrine. “Alcuni clienti cercano di trattare al ribasso perché siamo tante. Io poi non ho più 18 anni e non sono bionda. Valgo di meno per questo motivo?”. Loro la vetrina devono pagarla anche se gli affari non vanno e allora, oltre alla palestra, ai soldi spesi nei centri estetici e per la chirurgia plastica, ecco aggiungere l’investimento in gadget (leggi dildo), abitini (ben più che) succinti, costosi lubrificanti. D’altronde si tratta di un business legale, in un mercato che ha risentito come gli altri, dell’invasione di lavoratrici low-cost. Alcune di loro cercano di arrotondare con altre attività come le esibizioni in spettacoli dal vivo presso uno dei tanti commerciali (e costosissimi) locali per turisti, altre hanno il loro “sugar daddy” di fiducia che elargisce mance generose e spesso si occupa di gran parte del sostentamento della sua ragazza preferita. Nel negozio ne ho visti girare tanti e certamente non badavano a spese.

Una complessa umanità che vive una vita sulla stretta linea di confine tra legale ed illegale, libertà e sfruttamento. Nonostante la figura del protettore sia illegale per la legislazione olandese, è indubbio che la rapidità di un mercato europeo che approfitta della diverse legislazioni nazionali e di una domanda di sesso a pagamento che non incontra crisi, finisce per favorire la nascita di una catena di intermediari. Merito del “modello Amsterdam” è stato quello di aver fatto emergere il mestiere più antico del mondo, tassandolo, evitando alle ragazze di esercitare in strada e consentendo all’associazionismo di operare in maniera libera. Si tratta di un’esperienza migliorabile ma i risultati raggiunti non vanno sottovalutati.