Sarà la volta buona? La Francia di François Hollande punta a introdurre la carbon tax da qui a pochi mesi. Ci aveva già provato Nicolas Sarkozy, un tentativo naufragato miserevolmente. Questa nuova iniziativa, giunta a sorpresa, potrebbe ridare slancio all’ecotassa anche a livello europeo. Che tutti a parole vogliono (Italia compresa). Ma tutti nicchiano, quando arriva l’ora di imporre una nuova imposta, soprattutto in tempi di crisi.

Pionieri nel settore sono i Paesi scandinavi. Nel 1990 la Finlandia fu la prima, anche a livello mondiale, a introdurre una “sovrattassa CO2”, destinata sia ai cittadini che alle imprese su prodotti e servizi, in funzione dei gas a effetto serra emessi, in particolare l’anidride carbonica. Insomma, la benzina ma non solo. L’anno dopo, nel 1991, si associò la Svezia, che nel tempo è diventata la più severa, passando da 25 euro a 120 per ogni tonnellata di CO2 prodotta. Nel frattempo altri Stati europei hanno optato per forme varie di carbon tax: Danimarca, Norvegia, Irlanda e Paesi Bassi. Nessuno, però, dei “grandi”, almeno finora. Nel frattempo l’Unione europea ha iniziato il processo di revisione della direttiva numero 96 del 2003 sulla tassazione dei prodotti energetici, l’occasione per inserire una carbon tax per tutti. Ma non siamo ancora arrivati all’adozione del testo finale. Mentre l’Italia, l’anno scorso, aveva previsto una tassa del genere nella delega fiscale approvata dal governo Monti. Ma il provvedimento non ha ancora visto la luce.

L’iniziativa di Parigi potrebbe ridare un po’ di ottimismo a tutti. E’ stato il ministro francese dell’Ecologia, Philippe Martin, ad affermare oggi che “sulla fiscalità ecologica, il premier Jean-Marc Ayrault ha deciso di introdurre un contributo clima-energia”, come la carbon tax viene anche chiamata in Francia. L’annuncio è stato fatto davanti ai responsabili dei Verdi (Europe Ecologie), che sono presenti con due ministri all’interno dell’Esecutivo, unici alleati dei socialisti. Ma che da mesi stanno manifestando una certa impazienza per lo scarso contenuto ambientale della politica di Hollande. Martin ha aggiunto che “è in corso un dibattito per decidere l’ammontare e le scadenze”, ma non ha potuto fornire altri dettagli. Najat Vallaud-Belkacem, portavoce del governo, ha precisato che il provvedimento farà parte del progetto di Finanziaria 2014, che verrà presentato già in settembre. “Non sarà una nuova tassa – ha aggiunto la Vallaud-Belkacem – ma bisognerà rendere “più verdi” le tasse già esistenti sull’energia”. E’ probabile che il Governo francese segua le indicazioni fornite in giugno da Christian de Perthuis, economista specializzato nel settore, presidente di un organismo pubblico, il comitato per la fiscalità ecologica. De Perthuis ha proposto di aumentare le imposte già previste per i carburanti e altri prodotti, aggiungendo una componente legata alla produzione di CO2. E in particolare l’economista prevede nel 2014 un contributo minimo di sette euro la tonnellata prodotta, per poi arrivare progressivamente a quota venti nel 2020.

Nel 2009, quando Sarkozy iniziò una battaglia simile, ambiva addirittura a una tassazione di 32 euro per ogni tonnellata di CO2. Erano i tempi in cui l’allora presidente vantava la propria sensibilità ambientale per dimostrare che la sua era una destra politica “moderna”, diversa da quella tradizionale. Ma le polemiche scoppiarono, ovviamente, da parte delle categorie produttive e all’interno dell’Ump, il partito di centro-destra. Alla fine, la quota proposta scese a 17 euro. La nuova legge doveva entrare in vigore il primo gennaio 2010. Ma pochi giorni prima venne bloccata dalla Corte costituzionale francese. E in seguito non se ne fece più nulla. Da sottolineare: anche oggi, subito dopo l’annuncio del ministro dell’Ecologia, la federazione nazionale dei camionisti è partita già all’attacco, rifiutando la possibilità di una carbon tax in Francia. Non saranno gli unici.