Resi pubblici gli importi delle pensioni d’oro, quello che continua a mancare è quanto i beneficiari di tali pensioni hanno effettivamente versato. Un’informazione essenziale per ridurre le pensioni troppo generose senza incorrere nella censura della Consulta. Devono infatti valere principi di equità sia redistributiva che intergenerazionale.
di  e , 21 Agosto 2013, lavoce.info

Quest’estate sono stati resi pubblici gli importi delle cosiddette pensioni d’oro, le dieci pensioni più generose erogate oggi dall’Inps. Sin qui avevamo solo una distribuzione dei pensionati per importo della pensione. Sapevamo, ad esempio, che ci sono 513.876 persone che ricevono un assegno superiore ai 3.000 euro mensili. Ma non sapevamo che ci siano persone che ricevono trattamenti superiori ai 90.000 euro al mese, più di 200 volte l’importo di una pensione sociale.
L’informazione che continua a mancare è quanto i beneficiari di pensioni di alto importo hanno versato nel corso della loro intera carriera lavorativa. In altre parole, bisogna rendere noti non solo i livelli delle pensioni d’oro, ma anche i rendimenti impliciti che sono stati concessi dal sistema previdenziale pubblico ai contributi versati da chi sarebbe poi diventato un pensionato d’oro e dai loro datori di lavoro. Servirà questa informazione innanzitutto per evitare ulteriori censure della Consulta in nome della violazione di “diritti acquisiti”. Se non si rendono pubbliche queste informazioni sarà sempre possibile sostenere che, dopotutto, i beneficiari di queste prestazioni milionarie se le sono pagate coi loro contributi in anni di lavoro.

Diritti o regali acquisiti?
Ogni pensione calcolata in Italia con un metodo diverso da quello contributivo, quello che dalla fine del 2011 viene praticato a tutti i contributi previdenziali versati dai lavoratori italiani, attribuisce prestazioni superiori ai contributi versati in termini attuariali, con un regalo che è tanto più forte quanto più alte sono le retribuzioni finali dei lavoratori. Il sospetto è poi che non pochi dei pensionati d’oro abbiano potuto fruire di regimi speciali e ulteriori regali fatti per ragioni di consenso elettorale soprattutto negli anni ’70 e ’80, scaricandone i costi sui contribuenti futuri.
Per esempio, sono noti i casi di forze armate in cui un rapido (e inefficiente) turnover ai vertici era probabilmente motivato dall’unico obiettivo di far maturate pensioni d’oro all’ombra del vecchio sistema retributivo.
Più che di “diritti acquisiti” bisognerebbe perciò parlare di “regali acquisiti”, di piacevoli sorprese ottenute poco prima di andare in pensione. Questi stessi regali insostenibili hanno poi obbligato governi successivi a mutare più volte le regole previdenziali, allontanando la data di pensionamento o riducendo il livello delle pensioni future a chi magari era molto vicino all’andata in pensione.
Perché questi “diritti acquisiti” non sono stati tutelati mentre oggi si vorrebbero tutelare i “regali acquisiti” dei pensionati d’oro? E perché viene ritenuto in linea coi principi costituzionali chiedere di più a “chi ha di più” come fa il nostro sistema tributario, ma non si può chiedere di più a “chi ha avuto di più”, in base a regole intrinsecamente insostenibili e tali dunque da imporre oneri o togliere diritti ad altri?

Un contributo di equità
Come già proponevamo su queste colonne, questi dati servirebbero a meglio calibrare gli interventi perequativi. Ad esempio, si dovrebbe intervenire sulle quiescenze di chi soddisfa due criteri: il primo è quello di ricevere un ammontare totale di pensioni (ci sono molte persone che percepiscono più di una pensione) al di sopra di una certa soglia; il secondo è quello di ottenere questo reddito prevalentemente da una pensione il cui rendimento implicito è molto elevato. Il primo criterio (quello che guarda all’ammontare complessivo delle pensioni) serve a tutelare il principio di equità redistributiva, sostenendo nella vecchiaia chi non ha accumulato abbastanza contributi. Il secondo criterio (quello che guarda alle pensioni in rapporto ai contributi versati) tutela l’equità intergenerazionale, chiedendo qualche sacrificio in più a chi ha avuto troppo dalle vecchie regole del sistema pensionistico.

I risparmi così ottenuti potrebbero essere utilizzati per dotare il nostro paese di quegli strumenti di contrasto alla povertà assoluta che, unici in Europa assieme alla Grecia, tutt’ora non abbiamo, magari partendo da quelle fasce di età che sono state particolarmente colpite dalla crisi, come le generazioni coinvolte nella vicenda esodati o quelle travolte dall’esplosione della disoccupazione giovanile. E come potrebbe la Corte Costituzionale opporsi a un provvedimento che riduca queste pensioni d’oro per aiutare i lavoratori esodati? A quali “diritti acquisiti” potrebbe fare riferimento al cospetto di persone che hanno visto allontanarsi la pensione e accorciarsi il periodo di fruizione dei trattamenti di mobilità e che si vedrebbero negare un aiuto dalle decisioni della Consulta?

Pubblicare i rendimenti impliciti di ogni prestazione oggi erogata dal sistema pubblico rispetto ai contributi versati sarebbe una vera operazione di trasparenza sulle iniquità del nostro sistema previdenziale.

Gli italiani hanno diritto, questo sì, di sapere quanto diversi sono stati sin qui i trattamenti pensionistici in rapporto a quanto versato dai lavoratori. Pubblicare questi dati (ad esempio sapere quante persone si sono viste riconoscere un rendimento del 50 per cento superiore a quello del contributivo) e spiegare come vengono calcolati servirebbe anche a rafforzare conoscenze finanziarie di base per chi deve costruirsi il proprio futuro previdenziale.