Qualche settimana fa ho promesso di non affrontare, in questa rubrica, solo gli aspetti negativi del Giappone, ma di far conoscere anche quelli positivi. Stavolta parleremo di sanità. Uno dei fiori all’occhiello del Sol Levante. Un sistema sanitario si giudica, in genere, tenendo presente alcuni fattori: qualità, copertura, costi. Il Giappone, dati alla mano (e numerose esperienze personali) è in testa in ciascuno di essi.

Cominciamo dalla qualità. Non solo il Giappone è uno dei paesi con la più bassa mortalità infantile e una delle più alte più alte aspettative di vita (79.4 per gli uomini, 86.4 per le donne), ma è anche il paese che denuncia il più alto tasso di guarigione da tutte le più gravi e diffuse malattie. Il dato è particolarmente importante per quanto riguarda la cura del cancro. In Giappone avete il 30% di probabilità in più di guarirne (percentuale che per certi tumori, come quello allo stomaco, sale al 50%) che negli Stati Uniti. Non solo: la maggior parte delle terapie “pesanti”, come i cicli di chemioterapia, vengono rigorosamente effettuati in regime di ospedalizzazione, cosa che negli Usa e nella maggior parte dei paesi europei possono permettersi solo i super ricchi e gli intestatari di polizze private. Un mio carissimo amico colpito da tumore al cervello, che per cittadinanza, legami familiari e contesto lavorativo avrebbe la possibilità di curarsi, oltre che in Giappone, in Italia, Usa e Svizzera, ha deciso di restare in Giappone ed è molto soddisfatto della sua scelta.

In Giappone l’assistenza sanitaria è, in linea di principio, garantita a tutti, disoccupati e immigrati clandestini compresi. E per assistenza sanitaria si intende tutto o quasi: cure dentali, psichiatriche e lungo degenze sono comprese. E’ invece escluso il parto. Che, a pensarci bene, non è infatti una malattia e nemmeno un “infortunio”. Il sistema sanitario pubblico non lo copre, anche se è ovviamente possible stipulare un’assicurazione privata che ne preveda il rimborso delle spese.

Il sistema sanitario pubblico, accessibile e obbligatorio per tutti coloro che non abbiano un’assicurazione privata (stipulata individualmente o dall’azienda), prevede il pagamento di un ticket decoroso e sostenibile: esso non supera mai, nemmeno nel caso degli accertamenti diagnostici più sofisticati, l’equivalente di una cinquantina di euro, ma nella maggior parte dei casi si attesta sui 10/20 euro. Un bel vantaggio per i giapponesi, che sono tra i popoli più attenti alla salute e più inclini a “visitare” un medico al primo sintomo di malore. Ho volutamente usato il termine “visitare il medico” perché in Giappone questa è la norma. Non esiste infatti il sistema del medico di famiglia, della “diagnosi telefonica”, della ricetta lasciata sotto lo zerbino dello studio. In Giappone quando si sta male, vecchio, adulto o bambino che sia, si va in ospedale, punto e basta. Se la situazione è davvero grave, si chiama un’ambulanza, anch’essa in genere gratuita. Ma non esiste, tranne rarissime eccezioni, il concetto del medico che viene a casa a visitare il bimbo che ha la tosse o la nonna che ha un calo di pressione. Una recente statistica indica che i giapponesi consultano un medico almeno tre volte l’anno, in media, il triplo degli americani. Sono anche quelli che ricevono il maggior numero di prescrizioni, che si sottopongono ad accertamenti diagnostici sofisticati come Tac e risonanze magnetiche. E in caso di ricovero restano in ospedale una media di 20 giorni, quattro volte di più dei pazienti americani. 

Capitolo a parte le medicine. E qui sì che avremmo tanto da imparare. Le medicine, quelle “vere”, vengono prescritte dal medico in ospedale e consegnate al paziente in un sacchetto con le dosi esatte. Le farmacie vendono tutto tranne che i farmaci, tanto meno quelli “pesanti”, come antidepressivi, antibiotici, analgesici. Qualcuno ha scritto che in Giappone è più facile procurarsi una dose di anfetamine – ovviamente vietate ma facilmente ottenibili – che un antibiotico. Pensate che fino a qualche anno fa non era in vendita libera neanche l’aspirina o la tachipirina. Ci sono voluti anni di lobby – e presumibilmente mazzette – da parte delle aziende farmaceutiche Usa ed europee per abbattere il veto e ottenerne la libera vendita.

Decisamente invidiabile è l’organizzazione, la professionalità, la pulizia e in genere l’atmosfera che regna negli ospedali. In caso di malore si entra in qualsiasi ospedale, si espone il proprio problema all’accettazione e si ritira un numeretto per il reparto di competenza. L’attesa è minima, in genere si tratta di pochi minuti. Anche la fase di accertamento diagnostico è velocissima: gli esami che il medico prescrive vengono seguiti immediatamente anche se non si tratta di urgenze. Non esiste, insomma, il sistema farraginoso e a volte drammatico delle “impegnative”, il 90% delle quali, almeno in ltalia, riguarda accertamenti diagnostici inutili o comunque dall’esito negativo. Il concetto di base è tuttavia quello dell’estremo rispetto per il medico. E’ lui e soltanto lui a decidere se e quale esame o accertamento disporre. A nessuno, ma proprio a nessuno, in Giappone viene in mente di presentarsi dal medico e chiedere un certo tipo di accertamento. In Italia, come ben sappiamo, è la norma: e gli accertamenti diagnostici, come le medicine, si “ordinano” per telefono. Forse è per questo che nonostante i giapponesi vadano molto spesso in ospedale, alla fine il costo pro capite della sanità, in Giappone, sia di appena 3.500 dollari, la metà di quello degli Usa, dove peraltro milioni di cittadini sono ancora senza assistenza.

Insomma, un paradiso, rispetto, quanto meno, allo scenario italiano. Un paradiso, tuttavia, a rischio. Il premier Abe sta provando da una parte a rilanciare l’economia immettendo denaro e abbassando le tasse, dall’altro cercando di “tagliare” la spesa pubblica laddove è possibile. E guarda caso è proprio la sanità, oltre a quello della cultura, il settore preso di mira. 

Sembra che un anno di aspettativa di vita in più comporti un aumento del Pil del 4%, ma la “gestione” di una società sempre più anziana implica un’impennata della spesa sanitaria: si calcola che gli ultimi 9 anni di vita degli uomini e gli ultimi 12 delle donne rappresentino, dal punto di vista della “produttività”, una sorta di buco nero. La loro necessità di assistenza e cure costanti (anche in Giappone c’è il problema di gestione degli anziani, un tempo accuditi da figli e nipoti, oggi spesso abbandonati) costa allo stato ben tremila miliardi. E siccome si spera che a nessuno venga in mente di risolvere il problema ricorrendo ad una sorta di moderna “eutanasia sociale“, come avveniva qualche secolo fa con l’ubasute – la triste usanza di allontanare dai villaggi gli anziani, facendoli morire di fame per risparmiare il cibo come racconta il film Narayama Bushiko (Palma d’Oro 1983 a Cannes) che il regista Shoei Inamura ha tratto dal romanzo di Shichiro Fukazawa – è più che probabile che anche in Giappone, prima o poi, i cittadini dovranno pagare dazi più cari per mantenere quello che ad oggi sembra essere uno dei sistemi sanitari pubblici più efficienti del mondo.