C’è una legge, in Italia, che porta il nome di due cadaveri politici. È la legge Bossi-Fini, evidentemente in grado di durare più dei due tizi che le hanno dato un nome. E siccome da queste parti ci piace giocare con le parole e con l’ipocrisia, la legge è stata via via peggiorata, prima con l’istituzione dei Cpt, poi con la loro trasformazione in Cie. Traduco per i non esperti: Cpt significava “Centri di Permanenza Temporanea”, cioè luoghi chiusi, recintati e controllati, in cui rinchiudere gli immigrati irregolari. La formula deve essere sembrata troppo umanitaria, perché a un certo punto, il Cpt sono diventati Cie, cioè “Centri di Identificazione ed Espulsione”.

Come si vede, due tentativi molto elaborati di trovare sigle che non contengano le parole “carcere”, “galera”, “arresti”. In sostanza, un modo per trattenere come detenute persone che non hanno commesso alcun reato. Siccome le ipocrisie italiane sono come le ciliegie, una tira l’altra, le persone che stanno rinchiuse nei Cie vengono denominate “ospiti”, invece che “detenuti”.

Fanno notare le cronache come molti di loro, prima di essere “ospiti” dei Cie sono stati veramente “detenuti” nelle patrie galere. Colpevoli, la gran parte, del reato di immigrazione clandestina, cioè colpevoli di non avere un permesso di soggiorno, e di averlo perso perché hanno perso il lavoro.

Cioè, traduco per chi non capisce il paradosso: prima ti arrestano perché sei clandestino. Ti schedano, ti prendono le impronte digitali e ti identificano. Poi ti sbattono in un centro per l’identificazione per identificarti un’altra volta e mandarti via. Si dirà che uno Stato di diritto si valuta anche da come tratta i suoi prigionieri.

Ecco: i Cie vengono gestiti da chi vince gare al massimo ribasso, per cui spesso le strutture, l’assistenza sanitaria, le condizioni igieniche sono ben sotto il limite della decenza. Peggio delle carceri, dicono i deputati che sono riusciti a visitare qualcuno di questi centri, e “peggio delle carceri italiane” è una frase che fa paura.

Moustapha Anaki, il giovane marocchino morto l’altro giorno al Cie di Isola Capo Rizzuto si è sentito male (cuore? altro? Si aspetta l’autopsia) e non è stato soccorso in tempo. Era in Italia da nove anni (qualcuno scrive sette). È solo l’ultimo di molti e molti casi: atti di autolesionismo dettati dalla disperazione, suicidi, morti per mancata assistenza.

Naturalmente, essendo la questione politica (come trattiamo chi cerca di vivere qui?), il cerchio del dibattito si allarga, si allarga, poi scende lentamente nel gorgo del “discorso è un altro”, della “questione strutturale”, del “valutiamo con attenzione”, mentre i Moustapha continuano a morire nei Cie, o a deperire in galere che non si chiamano galere per il solo motivo che ospitano gente che non dovrebbe stare in galera.

Nel frattempo, rimbalza sui giornali il sacrosanto dibattito sulla disumanità del carcere, specie del carcere preventivo. Il caso di Giulia Ligresti, per esempio, tiene banco. Lei rifiuta il cibo, legge e rilegge gli atti dell’accusa e i suoi avvocati dicono che è “incompatibile con il regime carcerario”. Massima solidarietà.

E però, peccato, che nessuno abbia fatto titoli, o interviste, o mezze paginate di trasecolante scandalo per il signor Moustapha Anaki, che in carcere ci stava, anche se non lo chiamano carcere, che era talmente “incompatibile” che in carcere c’è morto, e che non aveva nemmeno il bene di leggere gli atti d’accusa. Perché un’accusa, nel suo caso, non esisteva.

@AlRobecchi

ilFatto Quotidiano, 21 agosto 2013