Era “proprio necessario” in un paese come l’Egitto arrivare a un solo anno dalla caduta di Mubarak a elezioni che designassero maggioranza e opposizione, vincitori e vinti?

Non sarebbe stato meglio dare alla transizione tempi più lunghi e alle elezioni un carattere proporzionalista che imponesse poi un governo di “larghe intese” (il sistema che invece per l’Italia vedrei malissimo)? Non era invece prevedibile che un sistema ispirato al maggioritario, all’alternanza, al presidenzialismo avrebbe rischiato di avviare una dinamica di guerra civile?

Quelle che scrivo sono riflessioni ad alta voce di un non-esperto, perché sono uno che poco più di due anni fa – di fronte alle rivoluzioni arabe – ha scelto di occuparsi della Tunisia e non dell’Egitto. (Oggi la Tunisia – dove si sta svolgendo un’accanita lotta politica ma cercando di tenersi lontani dalla deriva egiziana – potrebbe dare un positivo esempio a tutto il mondo arabo. Ma ne continuiamo a parlare in altra occasione.)

Tutto sommato, per quel che mi risulta, tutte le principali voci mediatiche, politiche, e financo movimentistiche d’Italia e di Europa hanno condannato la repressione militare e molti si sono spinti fino a definire colpo di stato quel che sta accadendo e a solidarizzare con i Fratelli Musulmani non con le loro posizioni ma come vittime di uno spodestamento prima e di una persecuzione poi. Mi fa piacere – e lo dico senza ironia, anche se si potrebbe ironizzare – di trovarmi in un ambiente europeo che riconosce dignità e legittimità all’islamismo politico e che sembra addirittura farsi carico dei suoi diritti politici.

E’ un po’ contraddittorio che questo sentimento sia scattato automaticamente, senza criticare o autocriticare le descrizioni che erano state fatte di Turchia Tunisia ed Egitto come di paesi nei quali la primavera araba era stata soppiantata (o rimossa) dall’inverno integralista islamista. Ma tant’è e tutto sommato se proprio devo scegliere se confrontarmi, in Italia e in Europa, con una islamofobia aggressiva e schematica, o viceversa con una propensione superficiale a vedere nel generale Sissi una sorta di Pinochet che abbatte un Allende islamista, beh meglio la seconda. Per lo meno ci mette nello schema del confronto “democratico” e non delle crociate.

Ciò premesso… sono stato però messo in crisi, e spinto ad approfondire, dalla lettura degli interventi di chi si identifica o è vicino ai rivoluzionari egiziani e li riassumo a modo mio. “Forse voi in Europa e negli Usa, ci dicono, avete il desiderio più o meno conscio che in questi paesi si consolidi uno status quo purchessia, Mubarak prima, Morsi poi e non volete capire e accettare che è in corso un processo rivoluzionario che durerà ancora. Forse voi non capite o non riuscite ad accettare che le forze vive della società, insieme a una gran massa di giovani, non sopportano questo potere partitocratico islamista, né in Turchia né in Egitto né in Tunisia, e che vivono questa lotta con la intensità e la radicalità con cui avete vissuto o vivreste la lotta anti-fascista in Europa. Quello che sta succedendo in Egitto – depurato da eccessi miltaristici e polizieschi intollerabili, ma difficili da evitare in un contesto del genere – è “solo” che questo scontro si sta svolgendo avendo esercito e polizia dalla parte dei laici, dopo una straordinaria mobilitazione popolare. Non abbiamo spodestato i FM per voler dare il potere a qualcun’altro ma perché stavano costruendo un regime e dovevamo fermarli prima che fosse troppo tardi. Sarebbe questo il nostro torto? Per farci appoggiare – e solo a parole – da voi opinione europea dovevamo essere  martiri e vittime perdenti… come in Turchia.”

Per questo punto di vista non c’è sostanziale differenza tra il rovesciamento di Mubarak e quello di Morsi, in ambo i casi l’esercito è stato spinto a intervenire, e in entrambi i casi ci sono state anche le manifestazioni dei sostenitori di chi veniva abbattuto. Il movimento pro-Morsi è solo un po’ più forte di quello che ci fu pro-Mubarak all’epoca della sua cacciata, ma la sostanza non cambia. E’ violento e retrogrado.

Se questo è il punto di vista dei rivoluzionari egiziani, grosso modo lo è anche, con pochi distinguo, dei rivoluzionari tunisini e turchi. Non possiamo farla facile, non sono pochi radical-chic occidentalizzati che non si sono accorti che stavano esagerando, e adesso arriviamo noi a farglielo presente.

Ecco dunque gli interrogativi con cui ho cominciato questo post. Se al primo punto della transizione araba vogliamo che ci sia la prevenzione della guerra civile, allora bisogna promuovere  le esperienze di Mandela oppure il compromesso storico di Berlinguer, non i modelli elettorali con lo spoil system, tutto il potere a chi vince le elezioni.  Oppure può darsi che il conflitto al quale stiamo assistendo sia inevitabile e che a noi sia data solo la possibilità di curare i feriti  e i profughi, compiti nobili e utilissimi. Anche senza prediche magari giuste ma che risultano inconcludenti.