I Dream Theater sono stati un grande gruppo: non uno di quelli per cui mi stropicciai gli occhi ma son sicuro che controllai almeno di averli veramente aperti. Quando avevo 16 anni ed uscì il loro “Train Of Thought” (già lontano dai fasti del complesso statunitense), la band di John Petrucci era tutto ciò di cui noi piccoli metallari incalliti avevamo bisogno: un muro di suono corredato sapientemente da un senso della melodia, che lo si voglia o no, fuori dal comune. Caso curioso il loro: nati nella metà degli anni ’80 sono poi divenuti famosi sì in tutto il mondo ma – in proporzione – più in Italia che in America, dove pure si sono esibiti con continuità a fianco di mostri sacri quali i padri putativi Metallica e Megadeth: senza dimenticare che, a monte, il drumming di Mike Portnoy deve pressoché tutto a Neil Peart e James Labrie dimostra di aver ascoltato molto il cantato di Geddy Lee, anch’egli nei Rush.

La band esordisce nel 1989 (Charlie Dominici alla voce) con l’album “When Dream & Day Unite”: poca cosa se paragonato al successivo “Images & Words” (1992), un disco di quelli che ti fa capire dalla prima nota che difficilmente potrà avere un successore degno. Ciò nonostante il quintetto resiste su buoni livelli: “Awake” (1994) li conferma su standard più che dignitosi, “A Change Of Seasons” (1995) contiene la suite (omonima) che forse gli è meglio riuscita e l’allontanamento di Kevin Moore, tastierista e co-fondatore, non si fa sentire più di tanto: o meglio non ancora.

Per quanto Derek Sherinian prima e Jordan Rudess poi ci mettano indiscutibilmente del loro meglio, Moore rimane l’autore di alcune tra le più belle perle della produzione dei Dream Theater: “Take The Time”, “Wait For Sleep” e “Lifting Shadows Off A Dream” sono roba sua. Arriviamo così a “Falling Into Infinity” (1997), il disco che dovrebbe lanciare la band definitivamente al grande pubblico: tra gli autori ritroviamo infatti Desmond Child, uno che ha lavorato con Alice Cooper ma anche con Jesse McCartney: se non è questo il peggior disco dei Dream Theater – e non lo è – merita comunque il podio di diritto.

Così, un attimo prima di prender posto al banco degli imputati, i 5 tirano fuori dal cilindro quel piccolo capolavoro che risponde al nome di “Metropolis Part II: Scenes From A Memory” (1999), che li riporta indietro in ovvia continuità col passato. Lo stupore e la sorpresa sono totali e i Dream Theater si confermano ancora una volta macchine dal vivo ineguagliabili, come ben immortalato dallo splendido “Live Scenes From New York” (2001).

Guadagnato nuovamente terreno, la band comincia (comprensibilmente) a pubblicare dischi con cadenza scientifica, fino all’ultimo “A Dramatic Turn Of Events” (2011): quest’ultimo, dal titolo più che evocativo, segue l’abbandono del batterista Mike Portnoy e l’ingresso del (quasi) omonimo Mike Mangini, turnista di lusso già al soldo di Steve Vai, tanto per citarne uno.

Seppure nella vita – e in musica – non è cosa giusta fare di tutta l’erba un fascio, molta della loro produzione ultima somiglia più ad un melting pot stucchevole che a qualcosa di cui valga la pena fruire: il nuovo singolo “The Enemy Inside”, rilasciato il 5 agosto scorso, muove più o meno sullo stesso spartito. La mitragliata dell’incipit, coadiuvata dai ‘soliti’ cambi di tempo che ormai t’aspetti, sfocia in un brano insipido, di maniera: quasi a voler rassicurare i fan come a dire “chi altri suonerebbe così se non noi?”. Tappeti di tastiere, bridge e ritornello accattivanti come la scopata che ti faresti ma non ripeteresti una seconda volta e assoli misurati col bilancino nell’eterna sfida tra Petrucci e Rudess.

Aldilà di tutto, il 24 settembre uscirà il loro nuovo pretenzioso disco che – tanto per non suscitare alcuna attesa – si chiamerà proprio “Dream Theater”: il dodicesimo in studio ed il secondo senza Mike Portnoy. Chissà che, dopo tempo, questi bontemponi non riescano a stupirci per l’ennesima volta?