Sono giorni che l’ostruzionismo di fronte a qualsiasi tratto innovativo, perpetrato ostinatamente in alcune località balneari – a partire dal tradizionalismo così ortodosso da diventare retrivo di ristoratori ormai senza più clienti,  fino all’assenza quasi totale di rete, come se ci si trovasse in un villaggio del Togo – avevano acceso in me riflessioni insofferenti sul contorsionismo ombelicale dello stivaletto.

L’Italia da bere ce la siamo bevuta, ed ora contempliamo immobili la scolatura sul fondo del bicchiere. Né avanti né indietro. Una miscela letale di orgoglio e pigrizia, tracotanza e paura. Poi, alla fine della settimana, ad estendere le mie elucubrazioni su scala più ampia, arriva la narrazione delle epiche gesta della nostra tv generalista: tra frasi dette a metà e confronti di bilanci evidentemente incomprensibili (quando alla denuncia di Roberto Fico, Presidente della Commissione Vigilanza Rai, che la Rai abbia speso un miliardo di euro sempre a favore delle stesse cinque società di produzione, Antonio Verro, consigliere Pdl del CdA della Rai, risponde che quest’anno alla fiction, che è la spesa piu’ alta, sono stati stanziati duecento milioni, si crea un palese misunderstanding che verte tutto intorno alla mancata specificazione di “in quanto tempo” siano state investite queste cifre), la denuncia delle “Happy Five”, ovvero le cinque società che beneficiano di quasi tutti gli investimenti Rai, mette nero su bianco cio’ che è palese agli occhi di chiunque sia detentore di un telecomando.  

Ciascuno di noi,  molto prima che Fico lo dichiarasse istituzionalmente, sapeva già perfettamente da sé che nei sentieri di Rai Uno gli unici incontri che si possono fare sono con preti col fiuto da segugio, eterni nonni che fanno da pater familias in famigliole anacronistiche o commissari forastici che da anni risolvono delitti isolani. 

La televisione italiana é rimasta indietro di un decennio abbondante, ha continuato a rifugiarsi in una ripetitività priva di rischi e di idee, ha perso del tutto il polso della società di cui avrebbe dovuto essere lo specchio e non ha trovato il modo di reinventarsi, né da un punto di vista creativo, né da un punto di vista produttivo. 

L’obsolescenza imperante ha così tolto al piccolo schermo tutto il suo appeal; investimenti ripetitivi ed infruttuosi hanno gettato nella crisi più nera il settore dello spettacolo nostrano. Così mentre in altri paesi la televisione sperimentava, diminuiva i costi, moltiplicava l’offerta e di conseguenza aumentava le possibilità di lavoro, in Italia i locals della tv hanno assistito attoniti ad un impero che continuava – ed ancora continua – ad arroccarsi  sulle sue rovine, trascinando gli addetti ai lavori a fondo con sé.

Più la Rai si congela in questo assetto, più saràdifficile tirarla fuori da questo rigor mortis. Nella scolatura del bicchiere, attori, tecnici e maestranze, stanno annegando nell’ostinazione di un mondo vecchio che non c’è piu’, e che sta, lui stesso, annegando nel ridicolo.