Visto il grande interesse suscitato dal post La Musica della casta, sono lieto di introdurre nel dibattito ulteriori spunti di riflessione ed approfondimento.

La Casta
Qualcuno mi rimprovera l’uso del termine casta che, si possa condividere o meno il mio post, sarebbe inappropriato. Certo se faccio riferimento al RigVeda l’osservazione è giusta, ma dato che non è all’etnologia del mondo indiano che mi rifaccio, bensì all’uso corrente della lingua italiana, credo di avere il conforto del vocabolario. Insomma tra Max Müller e la Treccani ho scelto la seconda. Se si scorrono i post salterà agli occhi che mentre gli interventi favorevoli alle mie opinioni cercano di essere documentati e articolati (e questo non vuol dire che abbiano ragione o che lo facciano bene), la maggior parte di quelli contrari si abbandonano a petizioni di principio senza, con alcune eccezioni, nemmeno cercare di entrare nel merito della questione. Ecco la casta (in questo caso una casta pretesa intellettuale) in azione: un gruppo autoreferenziale che non accetta discussioni e che preferisce, qualche volta, passare direttamente all’insulto. Come tutte le caste dal vago sapore berlusconiano quando ci si sente messi in discussione, gli altri sono tutti comunisti. Io sarei dunque un seguace di Allevi. Dal quale, se la frase non fosse stata pronunziata da quel grande musicista che fu Hans Werner Henze a proposito di Stockhausen, direi che “mi divide solo l’abisso”.

L’argomento
Ho cercato di porre al centro del dibattito più che una questione estetica, una questione, se così si può dire, di sociologia dell’arte. Le questioni di filosofia non possono trovare spazio in un blog perché sono analitiche, mentre quelle sociologiche hanno anche un aspetto descrittivo sul quale è più facile convergere e dal quale cominciare. Ma convergere, appunto. Si può discutere dunque, se c’è una complicità sull’oggetto. Quelli che hanno studiato direbbero che per l’esercizio del pensiero comune (che non vuol dire univoco) occorre l’intesa su quello che Kuhn avrebbe definito un paradigma e Lakatos un programma di ricerca. Il mio oggetto era, ed è, quello di porre nuovamente all’attenzione un distacco fra pubblico e sue diserzioni dalle produzioni musicali e artistiche. Molti hanno trovato il mio ricorso a Sordi e ad Albanese quasi oltraggioso. Il punto è che la cosa non è casuale. Se al grande comico romano si poteva rimproverare una certa semplicità culturale, che negli stessi termini la questione venisse ripresa da un comico che io stimo e che è persona colta e raffinata, mi sembrava un suggerimento più chiaro di mille parole in un un post che di battute ne potrebbe contenere 3000 o poco più.Gli esempi stessi di musica ai quali i miei eroi si ribellano doveva, nelle mie illusioni, render chiaro quali erano i miei bersagli.

Quale musica, quale arte
Mi si rimprovera di essermi addormentato ad un certo punto e di essermi risvegliato senza tenere presente che i tempi che io critico sono passati da molti anni. Trovo questa obiezione ingenua per vari ordini di motivi. Ne elenco qualcuno: 1. Di recente ho letto (e riletto) Guardare, ascoltare, leggere di Cl. Lévi-Strauss. Come sa bene chi segue la letteratura d’oltralpe il libro ricevette in Francia critiche anche molto crude. Non ne ho letta nessuna che rimproverasse all’antropologo di polemizzare con Marcel Duchamp perché costui era morto nel 1968, cioè 25 anni prima della pubblicazione del libro.

2. Nella storia del pensiero e dell’arte una cronologia volgare non è utile. In questo campo le correnti vanno anche a ritroso. Ciò che Gehlen ha scritto nel ’38 sulla pittura moderna resta “dibattibile” ancora oggi. Certe illuminazioni su Wagner dovute ad un maestro indiscusso come Mario Bortolotto daranno da riflettere per i prossimi 50 anni.

3. Gli effetti che hanno alcune opzioni culturali su un pubblico più vasto di appassionati, seguaci, aspiranti, ecc. ecc. rispetto ai professionisti e agli addetti ai lavori, sono effetti ritardati. Io non sono di questo avviso, ma si potrebbe anche ammettere per amore di discussione, che tutto ciò che a me dispiace (e ammettendo che fosse appropriato dispiacersi) sia finito da un pezzo. Ma finito dove? Chi mi rimprovera di dialogare con i morti (ma dopo tutto come scriveva Rodney Needham la cultura, nel tempo, non è un grande dialogo con i morti?) non ha presente che questi morti hanno generato non pochi zombies che ancora si aggirano, facendo presa proprio su pochi adepti e allontanando molti dalla frequentazione della musica d’arte.

Gli effetti sono molto evidenti e quando Andrea Frova parla di sale che si riempiono o si svuotano in concomitanza della esecuzione di certi autori all’interno della stessa serata concertistica, dice una verità che può essere negata solo dalla malafede. I grandi nomi non avendo alcuni miei interlocutori compreso (o essendo io stato colpevole di poca chiarezza) la natura prevalentemente sociologica delle mie preoccupazioni, si è detto che il dibattito all’interno del blog rischiava di diventare, e forse a tratti lo è diventato, una serie di citazioni di nomi pro o contro il mio punto di vista.

Come altri hanno fatto notare, sono ricorso a certi nomi con il solo scopo di liberare una parte di appassionati di musica (anche nella finzione dei due film citati: non si va al concerto se non ci si ritiene appassionati di musica) da un complesso di inferiorità in cui sono stati per anni ricacciati da alcuni maître à jouer e/o à composer che hanno devastato il rapporto con il pubblico. Ricordare dunque che anche personalità, in alcuni casi di eccezionale valore culturale, hanno nutrito le stesse perplessità del “fruttarolo” significa per me un tentativo di ricostruire una “nuova alleanza” che può indispettire solo la casta e alla quale io vorrei invece dedicare i miei sforzi futuri. Mi chiedo quanto di coloro i quali hanno dedicato alcuni minuti di ferragosto a leggere e commentare il mio Blog abbiano mai avuto esperienza di una commissione di classe di scuola media inferiore o superiore per decidere a quale concerto portare la propria classe.

Per molti il rifiuto dei moderni è umiliante e categorico. Rumori! E a intere generazioni di giovani è stato negato, in età formativa, il contatto con le musiche di Arvo Part, Samuel Barber, Bohslav Martinu, Igor Stravinski, Henryk Górecki, Samuel Barber, György Ligeti, “il più grande di tutti” come usava dire Stanley Kubrick quando parlava di musica.

Mi si è rimproverato di aver utilizzato Adorno a sproposito. Qualche commento ha già intuito in che senso intendevo rifarmi ad Adorno. Ma essendo la questione su Adorno complessa mi riprometto di chiarirla in un futuro post.

Infine, una questione più generale. Alcuni, non a torto, hanno fatto notare che ci sono non poche ragioni perché le cose abbiano preso nel novecento la piega che hanno preso. Anche questa questione è molto complessa e mi limito ad alcune osservazioni di massima che se qualcuno vorrà si potrà anche approfondire. A) Constatare che le cose siano andate in un certo modo e che ci siano state ragioni storiche per cui alcune cose siano accadute è un prerequisito per una analisi ma non esclude che ciò che è stato debba essere supinamente accettato. È una verità lapalissiana, questa, che di fatto viene applicata in qualsiasi campo dello scibile. B) Che le cose siano andate verso una esplosione dei fondamenti è un dato di fatto. Ma proprio per questo tutti hanno libertà di intraprendere una strada conformemente alle proprie idee e alle proprie aspirazioni. Chi non ha della storia (della musica e dell’arte) una concezione internista (e persino un po’ onanista) sa bene che molte cose si comprendono meglio quando si guarda al più vasto contesto culturale in cui esse avvengono.