L’inchiesta sulla “Sapro”, società a partecipazione pubblica della Provincia, scuote la città di Forlì. La Procura ha annunciato la chiusura delle indagini sugli affari della partecipata, nata nel 1995 e fallita nel 2010, con un debito di 110 milioni di euro, 80 dei quali verso le banche. Sono ben ventisette gli indagati che si preparano ora al processo, dopo aver ricevuto l’avviso di fine indagine dal procuratore capo Sergio Sottani e dal pm Filippo Santangelo. Tra loro: ex assessori, dirigenti aziendali e di associazioni di categoria. Tutti sono chiamati a rispondere del buco di 110 milioni di euro nelle casse della società.

La Sapro si occupava della trasformazione e compravendita di terreni a scopo produttivo. Gli inquirenti – che nel luglio 2012 notificarono decine di perquisizioni a venticinque indagati per bancarotta fraudolenta – hanno appurato, però, che la mission della società è stata presto tradita tra “dissipazioni, super bonus ai dirigenti e plusvalenze illecite”. Dissipazioni di cui rende conto oggi la Guardia di Finanza di Forlì. “La società nella sua conduzione – spiega il comando delle Fiamme gialle – si è rivelata essere uno strumento in mano ai propri amministratori infedeli per effettuare una serie di attività antieconomiche illecite e in molti casi aventi come fine ultimo il lucro personale”. Secondo gli investigatori, “gli organi di amministrazione spesso operavano senza alcuna vera e propria logica aziendale e sovente per i propri personali interessi”.

I responsabili della società, infatti, avrebbero acquistato terreni a prezzi superiori rispetto a quelli reali di mercato, con un danno al fisco quantificato in 900mila euro. Acquisti che, ad esempio, hanno consentito al direttore generale di ottenere un incentivo di produzione che, solo dal 2000 al 2002, gli ha fatto percepire un “bonus” di oltre 580mila euro. Lo stesso direttore – puntualizza la finanza – ha fatto sì che Sapro acquistasse per 750 mila euro tre immobili e due terreni riconducibili a sue società. Dell’inchiesta e del fatto che la Procura di Forlì ha rilevato reati fallimentari e societari a carico dei membri del collegio sindacale e del direttore generale, con il concorso di alcuni importanti imprenditori locali nel settore dell’edilizia, è al corrente anche la Corte dei Conti dell’Emilia Romagna a Bologna.

Le indagini hanno rilevato che, in generale, il modus operandi di Sapro prevedeva che il prezzo di acquisto venisse suddiviso in due voci separate: una era il valore del terreno, l’altra, occulta, veniva corrisposta al venditore a titolo di danno biologico e ambientale. “L’escamotage – spiega la Finanza – era necessario per offrire ai venditori importi così significativi da essere irrinunciabili, mantenendo allo stesso tempo un prezzo di mercato credibile per gli uffici delle Entrate ma evitando di pagare una significativa quota dell’imposta di registro dovuta”. Tra gli altri illeciti, pm e finanzieri si sono concentrati sulla cessione di un terreno agricolo nei confronti di una società immobiliare per 2,9 milioni di euro oltre alle imposte: in realtà, l’operazione si è conclusa con l’introito di soli 1,45 milioni solo per poter inserire nel bilancio 2006, già fortemente in perdita, una voce pari al prezzo intero della compravendita. Un altro caso scoperto dagli inquirenti riguarda l’acquisto di un terreno per 6 milioni di euro, nonostante avesse un valore commerciale nettamente inferiore. Si tratta di un’area con destinazione d’uso residenziale sulla quale al contrario vige un vincolo di inedificabilità inamovibile, perché destinata a uso cimiteriale.

di Paola Benedetta Manca