Tra le molteplici conseguenze del conflitto egiziano non sarebbe da escludere una possibile impennata del prezzo del petrolio. È una delle ipotesi avanzate in questi giorni nell’irrisolto dibattito tra gli analisti di fronte alla reazione dei mercati. Giovedì 15 agosto, ha ricordato lunedì 19 il Daily Telegraph, il prezzo del Brent ha superato la soglia dei 111 dollari per barile facendo così registrare il record degli ultimi quattro mesi. Un segnale preoccupante di fronte alla sempre più concreta ipotesi di un’escalation della guerra civile ormai in corso al Cairo. Nelle contrattazioni di lunedì il prezzo del Wti, il petrolio scambiato sul mercato Usa, si è collocato attorno ai 106,8 dollari, in lieve discesa rispetto ai 107,4 di venerdì 16 quando l’oro nero aveva registrato il suo massimo nelle ultime due settimane.

Le preoccupazioni sul fattore egiziano sono soprattutto di natura logistica. Il Cairo, ricordava ancora il Telegraph, resta un produttore estremamente marginale con un contributo all’output globale pari ad appena lo 0,9% sul fronte del greggio e all’1,8% su quello del gas naturale. Nella classifica dei Paesi esportatori l’Egitto si colloca addirittura al 54esimo posto. A spaventare gli osservatori, tuttavia, è il ruolo del Paese nordafricano nella rete dei traffici globali di cui il Canale di Suez (tra rotte delle petroliere e gasdotti) rappresenta uno snodo fondamentale. Lo scorso anno, evidenziava ancora il quotidiano britannico, nel sottile passaggio tra il Mediterraneo e il Mar Rosso è transitato circa il 7% del petrolio trasportato via mare nel mondo. Per il comparto del gas naturale si sale addirittura al 13 per cento. La chiusura della rotta finirebbe quindi per allungare  di 2.700 miglia il percorso delle petroliere in partenza dal Golfo Persico. Con inevitabili ricadute sui costi.

A subire un primo impatto sarebbero in primo luogo i principali operatori dell’area come BP e Royal Dutch Shell. Interpellata sulla questione dalla stampa internazionale, la multinazionale britannica ha sostanzialmente minimizzato (“le operazioni restano immutate”, ha dichiarato un portavoce) mentre la compagnia olandese ha ammesso di essere stata costretta a chiudere i suoi uffici negli ultimi giorni e di aver posto delle restrizioni agli spostamenti del suo personale all’interno del Paese. L’incertezza insomma resta. Ma non tutti gli analisti sembrano inclini ad accettare le ipotesi più catastrofiche.

“C’è ancora molto petrolio ma i dollari a basso costo (con bassi i tassi di interesse della Fed, ndr), i problemi tecnici e il fattore Egitto sembrano aver posto la questione in secondo piano”, ha dichiarato alla Cnbc Thomas McMahon, il direttore della Pan Asia Clearing Enterprise ed ex ceo della Singapore Mercantile Exchange, la principale piazza asiatica di scambio delle materie prime e dei relativi contratti derivati. “Il buon senso e la soddisfazione della domanda di mercato alla fine prevarranno anche se forse non questa settimana”. L’ipotesi più ottimistica, in altre parole, è che il mercato abbia già quasi interamente scontato i timori relativi al caos politico egiziano e che i fattori più importanti, a cominciare dalla riduzione della domanda dei mercati emergenti, la Cina in particolare, possano portare a breve ad un riaggiustamento dei prezzi.

L’ottimismo di McMahon non rappresenta un’ipotesi isolata. Negli scorsi giorni, ha ricordato la stessa Cnbc, il principale analista del comparto materie prime di Capital Economics, Julian Jessop aveva attribuito all’Egitto un contributo estremamente marginale al rialzo dei prezzi (“non più di 2 o 3 dollari per barile”). Secondo Jessop, eventuali difficoltà logistiche sperimentate sulla consolidata rotta di Suez dovrebbero essere ampiamente compensate dalle opportune contromosse di Stati Uniti e Arabia Saudita disposte, nel caso, ad aprire i rubinetti delle proprie riserve per assicurare adeguate forniture. L’aumento del prezzo del petrolio, secondo questa ipotesi, sarebbe quindi attribuibile non tanto ai timori di un’escalation della crisi egiziana quanto piuttosto ad un rinnovato ottimismo sulla ripresa globale. Forse per la prima volta dallo scoppio della crisi ad oggi, notava nei giorni scorsi qualche analista, tutte le principali aree del mondo, Europa compresa, stanno vivendo una fase espansiva dell’economia.