Buon compleanno, Gianni Rivera. Compie 70 anni un mito, del calcio italiano (il nostro primo pallone d’oro, se non si conta il naturalizzato Sivori) e del Milan (con cui ha giocato per quasi vent’anni, e vinto tanto). Soprattutto, di un calcio passato, di tecnica, fantasia e poca corsa. 

La sua classe la ricordano in tanti. La ricorda, dentro e fuori dal campo, anche Leonardo Coen, nel libro “Rossoneri comunque – Venticinque tifosi raccontano il loro Milan“. In cui racconta un episodio molto particolare della vita del ‘golden boy’ del calcio italiano: il giorno in cui davanti ad una – anzi, due – bottiglie di vino rosso, fece pace col suo acerrimo nemico, Gianni Brera

“Io impazzivo – scrive Coen – per Gianni Rivera. Era il più intelligente, elegante e semplice (nell’azione) calciatore italiano”. Non a caso, il 25 settembre 1960, a soli 17 anni fece il suo esordio con la prestigiosa maglia del Milan. “Anche Brera debuttò a diciassette anni, nel giornalismo. Brera castigava Rivera chiamandolo ‘abatino’: bello a vedersi, ma senza nerbo e coraggio, insinuava quell’epiteto volutamente erudito”. Fra i due – entrambi poeti del calcio, l’uno sul campo, l’altro sui giornali – nacque una rivalità. Attaccato per “inettitudine agonistica”, Rivera controbatteva: “Riduce il calcio a guerra muscolare. I suoi sono ermetici vaniloqui”. E i tifosi stavano con lui. Almeno quelli milanisti: una volta si recarono in massa sotto la sede del Giorno, e bruciarono le copie del quotidiano in cui Brera pubblicava i suoi articoli dal Messico sul Mondiale del ’70. Nello storico dualismo del calcio italiano – inutile dirlo – Brera stava dalla parte dell’interista Sandro Mazzola.

I due si ritrovarono 17 anni dopo, seduti a un tavolo a parlare di politica (e non solo, ovviamente). Era il giugno del 1987, in piena campagna elettorale. Entrambi erano candidati, Rivera nello squadrone della Dc, Brera fra gli ‘outsider’ radicali. Leonardo Coen lavorava per Repubblica, e propose un faccia a faccia. “Affare fatto”, risposero entrambi. Unica condizione: la presenza di un “buon rosso”, piemontese per Brera, dell’Oltrepò pavese per Rivera. E così le bottiglie divennero due. 

“Rivera – ricorda Coen – aveva gli occhi di un uomo che finalmente si ritrova a tu per tu con chi l’aveva processato ogni lunedì. Lampi di malinconia. Di rimpianti, forse. Io – testimone volontario – assistevo alla recita di questi due grandi avversari. Nessuno dei due voleva essere secondo all’altro”. “Parlavano di politica come fossero marziani. Sembravano due comari. No: due amici brontoloni, al bar del paese. Continuavano a recriminare, a ricordare, a volersi bene in fondo”. Davanti a più d’un bicchiere, i dissapori d’un tempo svanirono. Non i ricordi, gli echi e le leggende. Tutto ciò che resta di un calcio effimero.

Quella volta, ad avere la meglio fu probabilmente Brera. “‘Non ho fatto del pallone l’unica ragione della mia vita’, borbottava Rivera, stremato dalle finte e controfinte di quel volpone del Brera, ‘spero che la gente capisca: non so dare soltanto calci’. Eh, no, caro Gianni – scrive Coen -, tu sapevi dare calci meravigliosi, e la palla disegnava in cielo traiettorie straordinarie. Dai tuoi piedi schizzavano metafore, non passaggi”. E questo l’Italia, a distanza di decenni e di un’altra ricorrenza che se ne va, non l’ha dimenticato.