Klauss era il barbone più anziano che avevamo, il migliore. Siracusa non è città per barboni, troppo rigida e banale per certi versi. Meravigliosi paesaggi per carità. Comunque Klauss lo era, era un barbone vero, altrimenti gli altri erano uomini dell’est, belli e dannati, poco credibili.

Io invece ero l’albanese, per tutti,  secondo il pensiero ordinato, perbene, ero l’albanese. Klauss morì per primo. Oh, eccola, la solita conta dei morti. Doveva tenere la fronte a Wojciech e morì per primo. Tubercolosi. Maschio austriaco, senza passaporto, classe 1940. Klauss viveva nella casa dei morti . Sui muri comparivano ombre imprecisate, erano i tormenti di Wojciech, non se ne vanno più, ci sono ancora. Le ombre lo perseguitavano, erano macchie colore del sangue. La casa era un pisciatoio, c’erano latrine scoperte, i suoi occupanti erano bestie. Wojciech temeva l’alba, la luce, a cui aveva ceduto la vecchia identità, il becchino di Chelm. La rubrica si chiamava La città racconta, Klauss ci sarebbe finito dentro.

Klauss era un signore distinto. Infilai il moleskine  in borsa, guardai l’ora, era quasi sera. Tornai al tempio che era domani, uno dei tanti. Le tre vecchine passavano alla stessa ora, provenivano da una via stretta e buia, dietro la chiesa di San Paolo. Un fondaco antico come l’edera sui ballatoi profumava di sapone e caffè appena macinato, lo scorgevo all’angolo. L’eroinomane chiedeva chino, accovacciato ai piedi di una fontanella, gli zingari col cucù erano terribili caminanti, italiani, di Pachino.

Realizzavo che in fondo potevo anche non chiedere all’uomo della strada (tutto materiale da destinare alla rubrica), che forse me ne fottevo bellamente dell’uomo della strada. L’ho detto. Che tutto sommato cento ottanta duecento righe potevano esaurirsi dentro una lunga descrizione dell’ambiente o in una successione di riflessioni. Poi ho capito che erano le mie, personalissime, mie, erano proiezioni. Avrei parlato ancora una volta di me, e ogni dettaglio era il compromesso tra me e le cose.

Chiesi all’eroinomane: sei tu? sei Dario? Sì, rispose. Dario del liceo, chiesi. Fece sì con la testa. Come siamo diventati, sussurrò con la sua voce bella e la dizione perfetta. Tu suonavi il piano, dissi. Non più, non più, ammise. Io ti vedo sempre Dario, ma che cacchio, Dario. Alzò gli occhi opachi verso i miei. Conosci la tristezza chiese. Ho annuito. Volle vedere il moleskine, lo girò tra le mani, lo aprì e lesse ad alta voce, senza chiedere permesso: “(…)Non è mica un cinico, anzi era un ottimista, era uno scrittore promettente, con una deliziosa visione del mondo. E adesso sta a trafficare con un tachimetro e roba così, good morning, monsieur, tank you very much(…)”.  Cos’è? Dissi: è la città racconta. Parli di me? Mentii, dissi sì.