Che la grazia sarebbe un regalo avvelenato, il pregiudicato che, tutto è tranne che stupido, lo ha capito subito. Vediamo di capire che effetto avrebbe.

Il primo effetto riguarderebbe una delle armi migliori del pregiudicato: il vittimismo.

Per B., paradossalmente, l’opzione migliore sarebbe qualche mese di galera con adeguato clamore mediatico. Trasformerebbe Silvio Berlusconi in un Silvio Pellico allo Spielberg. I media in coro ci racconterebbero il suo stoicismo, vedremo in diretta a reti unificate il suo trasferimento in carcere e, da volgare ladro quale è, verrebbe in poche ore santificato. Altamente probabile l’intervista in carcere o a un compagno di detenzione appena liberato che racconterebbe al Vespa di turno, in modo apologetico l’augusto detenuto.

Stesso scenario con i domiciliari. In questa eventualità il suo privatissimo circo mediatico si alimenterebbe con riprese fintamente rubate che lo vedrebbero passeggiare, triste e in solitudine, nel parco della sua residenza, strazianti scene con i figli che lo consolano, mentre i coriferi ne celebrerebbero, nei talk show a reti unificate, la grandezza anche nel momento dell’ingiusta prova. Arriverebbe anche a perdere una ventina di chili pur di garantire l’effetto.

Più problematico sarebbe vendere mediaticamente l’affidamento ai servizi sociali, anche se il pregiudicato che fa il piacione in una casa di riposo per anziani il suo ritorno elettorale lo garantirebbe di certo.

Il secondo effetto che avrebbe la grazia presidenziale sarebbe devastante. Napolitano, così come aveva fatto in altri casi, ha escluso la grazia come motu propriu. Ha detto chiaro e tondo che, se vuole la grazia, B. deve chiederla. Deve presentarsi col cappello in mano e chiedere che il Presidente compia un atto di clemenza a suo favore. Andare dunque a Canossa, come Enrico IV, col saio del penitente. Un’umiliazione che B. non riesce ad ingoiare.

Ma c’è di più. Il pregiudicato dovrebbe, chiedendo la grazia, riconoscere la legittimità della sentenza, dovrebbe ammettere le sue responsabilità e dovrebbero chiuderla lì con gli insulti ai magistrati. Tale legittimazione non solo è al di fuori dalla sua natura, ma farebbe cadere tutta l’impalcatura sulla giustizia a orologeria, sulle toghe rosse e via cantando.

Dovrebbe, come lui stesso ha detto, riconoscersi colpevole e garantire la sua uscita di scena. Il famoso passo indietro che B. non vuole neppure prendere in considerazione. Con tali premesse la grazia arriverebbe, ma per il pregiudicato sarebbe una Waterloo. Lo ha capito lui e, seppur con ritardo, date le scarse qualità intellettive, lo hanno finalmente capito anche i suoi cortigiani.

Se arrivasse la grazia, essa sarebbe dunque la fine politica del pregiudicato.

La clemenza del Colle rischia di avere per lui lo stesso effetto che ebbe la grazia di Scarpia per il povero Cavaradossi. B. ha capito e ha reagito male: “Quello mi vuole fregare” ha detto ai suoi attapiratissimi avvocati che ancora gli parlano di revisioni e ricorsi, assomigliando ai gerarchi che illudevano Hitler con fantomatiche armi segrete. B., al contrario di Hitler, ha capito che la guerra, almeno per lui, volge alla sconfitta, che la sua personale parabola si chiude. Napolitano non solo spunta l’unica arma vera di ricatto, ovvero il ricorso alle urne, senza la quale far cadere Letta non servirebbe a nulla, ma contiene un’ultima perfidia nei suoi confronti. Il Pdl, dice in sostanza Napolitano, ha giustamente pieno diritto a esercitare la sua azione politica. L’agibilità politica da garantire non è dunque quella di B, ma quella del partito, dello schieramento, che può esercitarla pienamente anche scegliendo un altro leader che non sia un pregiudicato.

Resta aperta un’unica incognita e un’unica speranza (per B.) e questa si chiama Partito democratico. Cosa riusciranno ad inventare per cavare dai guai il pregiudicato di Arcore è difficile prevederlo, ma qualcosa si inventeranno. E B. lo sa bene e dunque continua debolmente ancora a sperare.