Per la sua morte l’ennesimo colpo di scena. Giovedì sera si è spento a 88 anni, per un arresto cardiaco, Jacques Vergès, “l’avvocato del diavolo”, questo il soprannome datogli dai francesi. Nella sua lunga vita professionale ha difeso personaggi controversi, come il terrorista venezuelano Carlos, Slobodan Milosevic, il criminale di guerra Klaus Barbie (torturatore della Gestapo a Lione durante la Seconda guerra mondiale), lo stesso Saddam Hussein. Abile oratore, amato e odiato con la stessa forza, stava già male da qualche giorno e un’amica lo aveva invitato a trasferirsi a casa sua, nell’appartamento dove visse Voltaire, proprio di fronte alla Senna, a Parigi.

Vergès, narcisista e mediatico, è morto nella camera dove riposava nel Settecento il filosofo. “Un luogo ideale – si legge in un comunicato della sua casa editrice Pierre-Guillaume de Roux – per l’ultimo colpo di scena di quello che era un attore nato. E che, al pari di Voltaire, coltivava l’arte della rivolta e dei voltafaccia permanenti”. Dai rappresentanti della professione forense stanno arrivando definizioni del tipo “cavaliere coraggioso e indipendente” ma anche “un gigante che talvolta si metteva dalla parte sbagliata”. Lui, in vita, non esitava a contrattaccare su quest’argomento. Una volta, interpellato sulla decisione di difendere Saddam Hussein, rispose: “Difenderlo non è una causa persa. Difendere il presidente americano George W. Bush sarebbe una causa persa”.

La sua vita è degna di un romanzo. Nato il 25 marzo 1925 in Thailandia, da padre originario della Riunione, console francese, e da madre vietnamita, si ritrovò adolescente proprio nell’isola dell’oceano Indiano che fa parte della Francia. Da lì si arruolò nella Resistenza a 17 anni e percorse l’Europa in guerra, l’Algeria, il Marocco e la Germania occupata. Nel 1945 entrò a far parte del Partito comunista francese, che abbandonò solo nel 1957, quando, divenuto anti-colonialista, giudicò “troppo tiepido” l’atteggiamento del partito sulla questione. Nel frattempo aveva vissuto fra Parigi e Praga, conoscendo personaggi come Pol Pot, futuro capo sanguinario della Cambogia, ed Erich Honecker, che sarebbe diventato leader della Germania dell’Est.

Proprio nel 1957 Vergès va in Algeria per difendere, in qualità di avvocato, Djamila Bouhired, collaboratrice dell’Fln, il movimento indipendentista, sotto processo (e sotto costante tortura in carcere) per aver collocato bombe nella città contro il predominio francese. La Bouhired sarà condannata alla pena di morte, ma il sermone pronunciato da Vergès passera alla storia come un coraggioso atto di accusa contro l’epoca coloniale, già al suo tramonto. I due, fra l’altro, si innamoreranno e si sposeranno, dopo l’indipendenza dell’Algeria. Djamila (che oggi risiede ad Algeri) eviterà la ghigliottina. In quegli anni Vergès vive soprattutto lì e in Marocco. Si ritrova anche spesso accanto ai rappresentanti dell’Olp, l’organizzazione di liberazione della Palestina, in Libano. E conosce addirittura Mao. A partire dal 1970 un lungo buco nell’esistenza di Vergès. Scompare per otto anni. Lui ha sempre mantenuto il mistero su quel periodo, ma ha ammesso di aver preso «delle lunghe vacanze molto all’Est della Francia». Potrebbe, appunto, aver lavorato per i servizi segreti cinesi, probabilmente in Cambogia, ai tempi dei khmer rossi, presso i quali aveva dei contatti.

Al suo ritorno si lancia appieno nell’attività forense, difendendo personaggi diversissimi, dai terroristi dell’estrema sinistra tedesca all’ex nazista Barbie, il cui processo smonterà certi miti della Resistenza francese, alla quale Vergès aveva partecipato. E’ un periodo che gli porta fama e ricchezza. Sempre contro corrente, attraversando costantemente valichi politici, flirtando con gruppi d’interesse assai distinti e senza scrupoli. Ma con l’intelligenza che oggi tutti gli riconoscono.