La speranza resiste, ma l’incredulità accompagna la storia delle trattative di pace tra Israele e i palestinesi.

Quasi non fanno notizia perché è una vecchia notizia finita in niente. Domani riprovano a Gerusalemme, undicesimo appuntamento dal 1991, premi Nobel a Rabin, Arafat, Peres nel ‘94 quando l’accordo dettato da Clinton sembrava cosa fatta. Ma le parole cambiano appena le colombe provvisorie tornano a casa. Rabin (capo del governo) viene assassinato da un colono, destra intransigente: coi palestinesi non si tratta.

Anche Arafat scivola sulla resistenza dei suoi estremisti. Smontano la mediazione della Casa Bianca dove il loro leader maximo al secondo colloquio rovescia ambiguamente gli accordi mentre riappare il generale Sharon che era fuori gioco per il massacro di palestinesi a Sabra Shatila.

Nel 1982 aveva aperto un corridoio segreto per far passare la falange assassina dei cristiano maroniti di Beirut: tremila vittime, donne e bambini. Dimissioni da ministro ma condannato a metà perché Elie Hobeika, accusatore–testimone, muore per un autobomba alla vigilia del processo. Rientra nella grande politica con la provocazione della passeggiata nella spianata delle moschee, Gerusalemme araba. Scatena la seconda intifada. E la diplomazia ricomincia a parlare coi sordi.

Il nodo che non scioglie la decisione Onu 1967 – due popoli, due paesi – resta lo stesso: espropriazione di proprietà palestinesi nelle zone occupate, costruzione di insediamenti israeliani per complicare la nascita di un altro Stato. E per proteggere i coloni dalla rabbia di chi ha perso casa, lavoro, tutto, ecco il muro più lungo del mondo: 760 chilometri, quando i chilometri del confine riconosciuto dalle Nazioni Unite sono meno di 300.

La differenza si spiega col zig zag di deviazioni che inseguono nuovi insediamenti nelle zone fertili e ricche d’acqua. I padroni da sempre costretti all’abbandono. Non solo il diritto internazionale, Onu e Corte Suprema israeliana dichiarano illegali espulsioni e appropriazioni. Eppure né Clinton, né Bush, adesso Obama riescono a fermare l’invasione.

E alla vigilia di questo incontro di pace, il ministro delle abitazioni annuncia la costruzione di 1200 palazzi su terreni di proprietari palestinesi, 793 nella Gerusalemme araba: godranno di speciali sovvenzioni perché “area di priorità nazionale”. Colloqui che si aprono col solito antipasto. Non tutti gli israeliani sono d’accordo. Inorridisce Abraham Yehoshua: nei suoi romanzi respira il fascino dalla coabitazione di culture diverse: “Nessuna persona di coscienza e con un senso della storia può accettare che il nostro paese eriga insediamenti espropriando ingiustamente territori che dovrebbero essere dello stato palestinese. Atto scorretto e intollerabile”.

Inorridisce David Grossman, lo scrittore de Il vento giallo, chi sono i palestinesi della Cisgiordania. “Netanyahu non ha guardato i coloni negli occhi dicendo loro ciò che ben sa: la topografia degli insediamenti è in contraddizione con quello della pace. E i palestinesi intrappolati come noi in un meccanismo di reazione belligerante, allontanano di mille anni l’accettazione delle proposte di Israele”.

Kerry, segretario di stato Usa, pretende un accordo immediato. Ha fretta “per ragioni strategiche”. Egitto, Siria, Iran: Israele deve spegnere subito i suoi fuochi nel cuore del grande incendio. Purtroppo gli interessi di bottega prevalgono sulla ragione. In autunno elezioni amministrative. La folla dei coloni non voterà mai chi li strappa dal privilegio. E la pace deve aspettare. Se mai dopo si vedrà.

 

il Fatto Quotidiano, 13 agosto 2013