Delle ultime generazioni di poeti italiani, quelli nati dalla fine dei ’70 in poi, si è molto detto ed ho detto anch’io, accennando altrove a ‘poetini’ e a ‘poetese’, visto che lo sguardo d’insieme che avevo provato a dare non mi rassicurava affatto.

Fuor di polemica, il dato filologico resta inoppugnabile: queste ultime generazioni sono state ‘neo-simboliste’, ‘neo-lombarde’, ‘neo-pasoliniane’, ‘neo-orfiche’, assai più che ‘neo-sperimentali’ o ‘neo-neo-avanguardiste’ e – soprattutto – sono state assolutamente ‘neo’.

Niente di nuovo sotto il sole, insomma.

Spiace, magari, che a dirlo sia proprio io, visto che sono decenni che passo per epigone, ma almeno ci si potrebbe fidare dell’esperienza nel campo.

Detto questo, val piuttosto la pena (e la pena varrà anche in futuri post) di guardare con più attenzione chi da questi tratti generali si allontana, tentando strade che sono assai più convincenti.

Marco_SimonelliÈ il caso dell’ormai più che decennale esperienza del fiorentino Marco Simonelli (1979), poeta aspro, coltissimo, sarcastico, raffinato sino alla sguaiatezza.

Capace di notevoli performance vocali, Simonelli, che pure fa ruotare attorno all’omosessualità gran parte dei temi delle sue composizioni, è molto più che un poeta di ‘genere’.

La sua ironia e la sua distanza dall’io, inteso come unità compiuta, ‘normalizzata’, sin dai tempi di Sesto Sebastian («che è grosso modo il mio primo esperimento di coming out vocale, se vuoi l’alta voce in poesia per me coincise nel 2004 con una necessità politica di sbriciolare l’omosessualità come tabù» come dichiara lui stesso), sino all’esperimento apparentemente neo-manierista di Will (ed. d’IF) – una serie di sonetti pseudo-elisabettiani che in realtà sono molto più che un re-make ironico e fatalistico («Will, come voglia, desiderio. Come il malizioso nomignolo con cui, nei suoi sonetti, Shakespeare chiamava sé stesso e il suo fair friend. Will, come un verbo al futuro che, in un’epoca in cui anche i rapporti umani sono precari, appare sempre più incerto, oscillante, basculante» recita, non a caso, l’epigrafe iniziale) – e fino all’esilarante e tragico canzoniere catodico dei Palinsesti (Zona ed.)  – catodico perché guarda katà, in basso, palcoscenico per lo spettacolo osceno delle figurine televisive degli anni 80/90-  o ai testi più riflessivi e malinconici di L’estate sta finendo (leconte ed.) sono ciò che permette a Simonelli di sfuggire al recinto del ‘genere’.

La sua omosessualità è semplicemente un modo come un altro d’amare e di vivere, profondissimo, sensibile, disarmante e così la sua poesia – quando parla d’amore e desiderio, e lo fa spesso – è semplicemente poesia d’amore, poesia del corpo e corpo della poesia, senza ‘genere’ e proprio perciò radicalmente omosessuale, perché solo all’omosessualità probabilmente è dato scoprire certi territori dell’eros: «non è bussola, questo strano cuore / ma timer, ordigno, contatore».

Ma è il «basculare» della vita e del suo senso (e del futuro inteso come possibilità di vita e, insieme, di storia, dunque di senso), quello che Foscolo avrebbe definito «l’Universo che si controbilancia»,  il vero nucleo d’interesse della poesia di Simonelli, il nocciolo su cui essa scommette la polpa di ogni sua parola.

È la satura, dunque, a mio parere, il territorio in cui va iscritta la sua poesia, sempre fisica, espressiva, risentita sino al limite della sprezzatura.

I suoi versi sono, in questo senso, degli ‘scalpelli’, fatti apposta per scavare la superficie del linguaggio e di quel feticcio d’esperienza che ci rimasto, per andare più a fondo, scoprire, cercare, capire, comunicare.

Ne è esempio compiuto la silloge composta per il gruppo svizzero Anarcocks, Hotel Oriente: sono testi cupi e narrativi, abitati da marinai, lingue, porti, umori, voglie, morte e mare. Strazianti ed efficacissimi. Così come l’esecuzione sonora che ne dà il duo svizzero, che li avvolge di un rock minimale ed aspro che a volte, però, si fa addirittura paradossalmente sinfonico, nell’ampiezza di una partitura complessa e strutturatissima.

Una volta superata la disdetta perché non è Simonelli stesso ad interpretare i suoi testi e fatta la tara per qualche brano eseguito a volte, imho, senza le giuste scansioni, se avrete la pazienza di giungere sino ad ascoltare What the dumb chauffeur saw o When shall we meet again?/ voulez-vous a rendez-vous? vi imbatterete in alcune autentiche perle di spoken music.

Ma anche nei landscape cupi e desolati di Hotel Oriente non potrete fare a meno di riconoscere il segno-sorriso ironico e tragicamente scanzonato di Simonelli, che è la dimostrazione ultima della sua maturità poetica: quella di saper cambiare, senza tradire le proprie radici.

E così alla poesia di Marco Simonelli ci si ‘affeziona’ come a un virus, lieti di ammalarsi della medesima malattia: quella delle parole, che smascherano il linguaggio del potere con il potere del linguaggio.