L’economia ha un pessimo rapporto con le leggi. In primo luogo con le sue interne, che non sono quelle che vorremmo. La più importante, e la più disattesa, è «no free meals», tutto si paga, peccato che quello che paga e quello che produce i costi, in genere son due soggetti diversi. Altre leggi, quelle che spesso si studiano sui manuali di macroeconomia, sono spesso la descrizione complicata di un fenomeno semplice e che non spiega quasi nulla. Ad esempio la legge della domanda e dell’offerta o la teoria quantitativa della moneta non sono altro che la descrizione dell’acqua calda. Nessuno ci dice come si produce il calore che serve per scaldare. Allo stesso modo nessuno è in grado di definire se non una piccola parte degli infiniti fattori che influenzano domanda e offerta, per cui ridurre la spiegazione all’interazione tra queste due sole grandezze è appunto un po’ come dire che l’acqua si scalda se la metto sul fuoco.

Inoltre l’economia ha gravi problemi anche con le leggi non sue. Infatti non solo essa avrebbe bisogno di sue leggi interne, ma necessiterebbe anche di un contesto in cui i comportamenti dei vari soggetti siano disciplinati, in maniera chiara e nota a tutti, appunto da leggi, disposizioni, regole, chiamiamole come preferiamo.

La situazione del diritto nella patria del Diritto non è, come si sa, molto fiorente. La conoscenza delle leggi è fondamentale, ma non per svolgere una professione legale, dove, come è risaputo, la competenza professionale è secondaria. La laurea in legge è maestra di vita, altro che la storia. Serve agli uomini e alle donne di casa per pagare le bollette e non farsi bidonare in gran parte delle cose di ogni giorno. Serve ai giornalisti per non farsi denunciare a ogni passo da chi non ama le critiche e non avendo altri argomenti ricorre alle aule di Tribunale. Serve ai medici come agli operai, che nell’esercizio delle loro professioni dovrebbero girare con il Codice Civile al seguito (per fortuna c’è l’edizione «searchable» su tablet). In Italia tutto è intriso di diritto, salvo il Diritto stesso, impedito da formalismi, cavilli ed eccezioni, che nove volte su dieci impediscono di chiamare un delinquente con il suo nome, mentre sembrano fatti apposta per sbattere nel profondo delle galere chi non ha grandi patrimoni da spendere in avvocati e bolli.

Le leggi (quelle stabilite dal Codice) non sono tra l’altro il mezzo migliore per garantire lo sviluppo economico. Paradossalmente se gli italiani non avessero una propensione irresistibile a taroccare i bilanci, le leggi berlusconiane che hanno depenalizzato il reato di falso in bilancio sarebbero state del tutto inutili, perché nessuno avrebbe voluto aver a che fare con imprese dai conti truccati. Aggiungiamo  che la realtà economica, per raggiungere i suoi obiettivi cioè produrre ricchezza, è solita correre a grandi passi innanzi al diritto e creare nuove situazione che le leggi – per loro natura conservatrici – non possono disciplinare. I più grandi business nel nostro paese infatti sono nati a cavallo di situazioni non normate, anzi spesso a bell’apposta trascurate dal Legislatore (ambiente, telecomunicazioni, televisione). Infine abbiamo numerosi casi come quello del diritto di proprietà intellettuale – regolato da leggi prodotte quando non si sapeva più lontanamente che cosa fosse la digitalizzazione – in cui si usano mezzi vecchi per disciplinare realtà nuovissime con esiti disastrosi. Insomma non c’è da illudersi che siano le leggi positive ad hoc a dover guidare lo sviluppo economico di un paese.

L’economia è come il calcio. Se il regolamento diventa troppo stringente e dettagliato, il gioco muore. Regole, semplici, essenziali, note a tutti e condivise questo rende il gioco bello. Comprese espulsioni e calci di rigore. Se rubi vai in galera, se ammazzi pure. Punto. Ad esempio, i tedeschi – che di questi tempi stanno terrorizzando con la politica economica del loro governo le capitali di mezza Europa – tremano al pensiero di fare un viaggio in automobile nei paesi scandinavi. È risaputo infatti che sopratutto all’estero i germanici si sentono tutti degli Schumacher. In Italia, mal che gli vada riceveranno una multa a casa e nessuno sa se mai la pagheranno. In paesi come la Norvegia e la Svezia al contrario, oltre un certo limite la Polizia interviene direttamente e pretende il pagamento immediato di pesantissime sanzioni e se il caso ritira materialmente la patente, senza tanti fronzoli. Insomma i tedeschi che corrono in macchina là rischiano di tornare a casa a piedi oltre che con il portafoglio alleggerito. Un bel caso di concezione sostanziale della giustizia. In termini economici, efficiente.

Insomma ognuno può darsi le regole che vuole, però poi non bisogna lamentarsi. Oppure bisogna lamentarsi e cambiarle. Invece noi non solo non permettiamo ai cittadini di esprimere le leggi che essi stessi vorrebbero, visto che se c’è un referendum popolare lo disattendiamo oppure riempiamo l’organo legislativo di «camerieri», servitori di tutti fuorché degli elettori. Così siamo pieni di leggi e leggine ad hoc, che salvano le pensioni miliardarie, che finanziano i partiti, che risolvono casi personali, insomma provvedimenti che sono l’esatto contrario di ciò che la gente vorrebbe. Siamo governati da leggi complicate, a volte ingiuste e che spesso non abbiamo voluto, ma che come i sudditi di Luigi XIV subiamo senza fiatare. Per il momento.