Vivere nella società significa poterne fare parte, sperimentare l’esperienza della collettività, riuscire ad integrarsi e non necessariamente omologarsi annullando i propri principi, i propri sentimenti e valori. Pur riconoscendo questa possibilità, il “concedersi” l’esperienza socio-culturale sembra rivelarsi ancora oggi difficile e allo stesso tempo estremamente pericolosa. Il pericolo della non accettazione, della differenza, della diversità, in poche parole dell’essere semplicemente “se stessi”.

Ancora una volta a farne le spese un adolescente di una borgata romana, ancora apparentemente troppo fragile nel riuscire ad affrontare il mostro della collettività, che si cela dietro certi stupidi giudizi e pre-giudizi. Ancora troppo “piccolo” almeno cognitivamente per districarsi da taluni dubbi, che rivelano sciocche incertezze. Forte di quell’esperienza emotiva quale la sensibilità, che rischia però di essere fraintesa, piuttosto che irrompere in quella “sciocca” ostentazione della diversità, difficile da gestire, ancorata agli stereotipi, ma necessaria, “salvifica”, utile ad affermare “se stessi”: la propria diversità.

Vincono gli “altri”, le masse, ovvero così sembrerebbe. Si conferma il senso di “normalità”, azzerando con un “salto nel vuoto” l’esistenza di un giovanissimo che non è riuscito nell’intento di affermare se stesso, oppure ha scelto la via apparentemente più semplice, anche se drammatica, così da segnare attraverso il suicidio l’ennesima sconfitta del genere umano: l’esperienza di vita.

In pochi secondi si consuma il dramma che appartiene a chi resta, alla società, alle masse, alla famiglia, allo stato, a chiunque non si renda conto troppo precocemente di cosa può accadere dietro le quinte del percorso di vita. Con troppa semplicità si afferma solo a posteriori il dramma, affermando che tutto ciò che accadeva nell’esperienza collettiva e sociale era probabilmente uno “scherzo”.

Tra le fila dei curiosi mi sembra di percepire un mormorio che tra incredulità e paura evidenzia quanto quegli scherni, quelle prese in giro non erano poi così gravi, così invalidanti, anzi servivano a “fortificare” e migliorare il “concetto” di sé! Ecco che per affrontare l’imprevisto ancora troppe volte vincolato al tema della morte si cerca di scrollare di dosso una qualche responsabilità “collettiva” dell’accaduto, allontanando il senso di colpa e ritornando troppo velocemente a quel “non-senso” di “normalità”.

Oppure si chiede sostegno alle regolamentazioni giuridiche che nel nostro bel paese stentano non solo a decollare, ma a segnare passaggi evolutivi necessari e fondamentali proprio in quella che dovrebbe essere l’educazione e l’espressione dell’esperienza civica.

Ma la normalità non esiste! E’ l’esperienza e il bisogno di sicurezza che si cela all’interno del genere umano che alimenta il bisogno di affermare certe regole. Chi decide che un certo comportamento è “normale” siamo noi, gli individui che, ancorati a certi principi, alle false apparenze, agli stereotipi decidiamo di vivere ignari all’insegna dell’ignoranza! Certamente una società senza stereotipi non può considerarsi tale, in quanto facilmente vulnerabile e fragile, ma una collettività cosciente e responsabile può rivelare la propria intelligenza, e soprattutto quel senso di rispetto, “valore” che oggi più di ieri sembra allontanarsi dal genere umano.

E se improvvisamente tutto si capovolgesse? Se tanti di quei concetti legati all’esperienza di vita considerati normali, molti dei quali associati alla sessualità, diventassero loro stessi anormali, patologici. “Hai visto quanto è strano: che eterosessuale! Non mi dire che tuo figlio gioca con le macchinine, non vorrai che diventasse eterosessuale? Sono proprio orgoglioso di mia figlia che ha deciso di cambiare sesso. Non è strana come la tua, sempre intenda alle faccende domestiche e a sfornare bambini!”.

In realtà, non cambierebbe assolutamente nulla, anzi nei corsi e ricorsi storici dell’esperienza di vita sarebbe semplicemente un effetto di provocazione, una stupida rivincita delle cosiddette minoranze sociali. In realtà, il vero significato dell’esperienza di vita è quello di affermare la propria diversità soprattutto quando si parla di orientamento e d’identità sessuale, pur imparando e riconoscendo il valore del rispetto di se stessi e dell’ “altro” diverso da sé.

Le “minoranze sociali” sono utili alla stessa società, anche se sarebbe necessario allontanare dalle masse il concetto d’ignoranza che affonda le radici nell’incomprensione, sostenendo quella che a me piace chiamare “educazione alla diversità”. Permettere alle persone di “non ignorare” consente una maggiore consapevolezza di sé, educare le persone al concetto di “diverso” può sollevare il principio fondamentale del genere umano: la differenziazione. Ogni essere umano è unico e le differenze, le diversità devono essere considerate grandi “risorse” individuali e non sciocche fragilità ed espressioni di disagio.