Chiedo scusa se nuovamente, a così breve distanza, sono costretto ad occuparmi delle gesta del Sor Pampurio siciliano, al secolo Rosario Crocetta. Me ne occupo solo perché costretto dall’assoluta iperbole delle sue ultime tracimazioni.

Questo personaggio, che per strana ventura si trova ad occupare la carica di Governatore della Sicilia, ci a abituato alle sue stravaganze, alla sua crassa ignoranza, alla sparate assurde. Ci ha abituato, ma in realtà è complicato rassegnarsi di fronte alla meschina malafede del soggetto.

L’ultima sua disastrosa uscita era sulle pagine dei giornali di ieri. Secondo questo individuo, nel movimento che da mesi si oppone con una battaglia democratica alla realizzazione della stazione radar Muos a Niscemi, vi sarebbero niente meno che infiltrazioni mafiose. Una solenne minchiata! In Sicilia la dichiarazione di Crocetta non può essere descritta con una parola diversa da minchiata, mi spiace, ma il termine è questo. Le vedo le canne di lupara negli zainetti dei manifestanti, le coppole storte nascoste dietro le keffiah e i boss di cosa nostra travestiti da madri gravide. Perché questo c’è in quel movimento. C’è la paura e la rabbia di una popolazione venduta alla ragion di Stato. C’è la salute di migliaia di siciliani sul tavolo di questa vicenda. La salute dei bambini di Niscemi, di Caltagirone, persino di quelli della Gela per anni amministrata da Sor Pampurio.

Crocetta pensa che il suo gioco possa durare all’infinito. Il gioco che ho descritto pochi giorni fa, quello dei nuovi professionisti dell’antimafia: sei contro d me allora sei un mafioso. Lo sono i giornalisti che accennano ad una critica, lo sono gli oppositori politici, chiunque critichi è mafioso, adesso lo son anche le madri di Niscemi. Naturalmente non vede, o fa finta di non vedere, i reali pericoli di infiltrazione mafiosa che si prospettano attorno al Muos, ovvero la concreta prospettiva che la mafia si infiltri nelle opere di realizzazione dell’impianto, come del resto a suo tempo fece a Comiso, quando si costruì la base degli euromissili. Pericoli non campati per aria, ma chiaramente indicati dalla Dda di Caltanissetta. Crocetta vede mafiosi ovunque, tranne dove i mafiosi ci sono davvero.

La gente di Niscemi e del Calatino non centra nulla con la mafia, ha solo paura di finire come la popolazione di Cesano, a Roma, da anni inquinata dalle emissioni di Radio Vaticana. Anche lì non è stato scientificamente provata la correlazione, i rapporti sono imbarazzati, gli esperti balbettano, farfugliano, dicono e non dicono, per non recar dispiacere ai monsignori d’Oltretevere, ma lì i bambini contraggono leucemie e linfomi. Destino? Sarà, ma in quelle lande ci si amala di più e si muore di più e per mera coincidenza costoro vivono sotto e antenne. A quella gente, nessuno ha mai voluto dar retta. Oggi alla gente di Niscemi, alle madri che si sono piantate come pali nella vigna davanti al cantiere, il figuro che siede a palazzo d’Orleans appiccica l’etichetta di mafiosi. Lo fa per coprire le sue vergognose marce indietro, i suoi voltafaccia, il tradimento delle promesse che aveva fatto alla gente. Lo fa perché sa che per lui – non solo a Niscemi – ormai ci sono solo frischi e piriti.

Crocetta scappa davanti al suo fallimento. Lo fa nascondendosi dietro le sue minchiate. Dietro  di esse, come dietro le affermazioni di Berlusconi, non c’è neppure arroganza, vi è il delirio. “Tutti mafiosi, siete tutti mafiosi” urla Crocetta e fa eco al “siete tutti comunisti” del pregiudicato di Arcore. Un mantra stonato che è in realtà il de profundis delle loro maschere carnevalesche.

Saro da Gela sembra Riccardo III che, sull’ultimo campo di battaglia, svendeva il Regno, che più non possedeva, per un cavallo che gli salvasse la vita. Ma il personaggio shakespeariano era tragico, Crocetta è ridicolo. La sua ultima minchiata l’ha detta senza rendersi conto che ormai è divenuto la macchietta di se stesso, che la sue iperbole gli ricade addosso ricoprendolo di ridicolo per non dire d’altro.

Conta ancora sugli applausi dei suoi fiancheggiatori, sulla claque del Corriere della Sera che ancora una volta oggi, per il tramite della fedele penna di Felice Cavallaro, emulo dell’ultimo giapponese sui monti di Guam, tesse le lodi della Compagnia di Crocetta. Ma il gioco non funziona più e qualcuno dovrebbe avvertire il Governatore o almeno il suo psichiatra. L’uomo ha urgente bisogno di cure. La Sicilia ha bisogno di altro!