In panchina ci ha messo Abel Xavier, ex difensore della Roma dai capelli ossigenati. In campo Mehmeti, Mladen o Bessa, tutti transitati per l’Italia. O Mirko Bigazzi, nato a Cecina. Si vede l’impronta di Igor Campedelli nell’Olhaense, che fra poche settimane inizierà la nuova stagione della serie A portoghese. La squadra di Olhao, 40 mila abitanti nell’Algarve, da quest’anno è guidata dall’imprenditore romagnolo.

Campedelli, nuovo direttore generale del club, ritorna nel calcio dopo la presidenza del Cesena. Un’esperienza durata una manciata di anni: tempo di raggiungere due promozioni, retrocedere e restituire la società alla famiglia Lugaresi. Non prima di aver affidato la panchina a suo fratello, esonerato dopo tre giornate. Ora Campedelli riparte dall’estero, dalla Primeira Liga. “Punto ai giovani di qualità” ha spiegato. “Offro ai club italiani la possibilità di testare i giocatori in un campionato tosto e ai ragazzi di esibirsi in stadi caldi come il Dragao o il Da Luz”. L’operazione è chiara: tentare un business “dal basso” con il pallone, abbattere i costi di gestione e puntare sul progetto tecnico.

Il modello è l’Udinese di Giampaolo Pozzo che, guarda caso, è stato il precursore degli investimenti italiani fuori dai confini. Oltre al club bianconero, l’imprenditore friulano possiede il Watford, in Inghilterra, e il Granada in Spagna. Le tre squadre si scambiano i giocatori, li fanno maturare e, al momento dell’esplosione, incassano con la cessione. “La famiglia Pozzo ha fatto del trading dei giocatori la sua essenza e fonte di ricavi” spiega Marco Iaria, che si occupa dei conti delle società di calcio per la Gazzetta dello Sport “Nell’ultimo bilancio l’Udinese ha fatto 60 milioni di plusvalenze. Più sono le società controllate, più queste opportunità aumentano”. Insomma, il calcio non è per forza in perdita. Soprattutto in Inghilterra, dove vige un sistema più democratico del nostro nella ripartizione dei diritti televisivi. Lo scorso anno il Watford ha fallito di un soffio la promozione nella massima serie. La Premier League avrebbe portato ricavi quattro volte superiori, con almeno 30 milioni di sterline in cassa solo dalle tv. All’estero, inoltre, sono decisamente avanti rispetto a noi sulla gestione degli stadi. Altro argomento sensibile per Pozzo, che a giugno ha cominciato i lavori per la ristrutturazione dello stadio ‘Friuli’, che diventerà il secondo impianto di proprietà della Serie A.

Certo, quello che viene da Udine è uno dei rari esempi virtuosi del calcio nostrano. Un altro viene da Napoli, almeno dal punto di vista dei soldi. Aurelio De Laurentiis, è riuscito a coniugare vittorie e conti in ordine. Non a caso guarda all’estero. “Vorrei altre tre squadre” ha detto. Una sparata delle sue, ma una pista concreta c’è: il patron partenopeo vorrebbe entrare nel calcio britannico e ha messo nel mirino il Leyton Orient, squadra minore dell’est di Londra. Niente grandi nomi: il capitalismo italiano non ne ha le risorse, ma puntare su realtà minori può rivelarsi un affare redditizio. Il fenomeno, tra mille difficoltà, è in crescita e altre operazioni potrebbero nascere nei prossimi mesi.

Con altrettanta fatica i capitali stranieri entrano nei club di casa nostra. Burocrazia e tassazione scoraggiano, ma questa non è prerogativa solo nostra: in Germania è impensabile scalare un club, in Spagna molto complicato. In questo momento, poi, manca appeal per un calcio che vive una fase decadente. James Pallotta è appena salito all’87% della Roma, ma l’esperienza americana, per ora, è tutt’altro che un successo sia un punto di vista sportivo che imprenditoriale. E poi c’è il punto di domanda rappresentato da Erick Thohir, che lavora all’acquisizione dell’Inter. Paradossalmente il magnate indonesiano segue una filosofia italiana. Cerca una sfida, a suo modo, low cost. “L’Inter è una grande senza più i numeri” conclude il giornalista Marco Iaria “Negli ultimi anni dal punto di vista economico ha perso molto terreno. Thohir ha l’opportunità di prendere la società a basso costo e avviare un progetto di sviluppo. Ha visto le debolezze del nostro calcio e le ha pensate come potenzialità”.