Sento dire in questi giorni che ci sono segnali che indicano che la crisi sta finalmente per finire; ottima notizia, ma non sono sicuro che sia sufficiente a ridare ottimismo a chi, insieme al posto di lavoro, se mai lo ha avuto, ha perso anche ogni fiducia nel futuro.

Anche il Presidente del Consiglio, affiancato dal suo vice ci assicura che il governo non andrà in vacanza e che i due si alterneranno a Palazzo Chigi continuando a lavorare nell’interesse del Paese; altra ottima notizia, ma francamente non mi aspettavo di vederli sulla spiaggia a mangiare gelati o in montagna a fare le passeggiate.

Queste dichiarazioni mi fanno venire il sospetto che si continui a non comprendere che se invece di fare annunci e approvare palliativi non ci decidiamo ad affrontare le cause che hanno reso l’attuale crisi economica così profonda e strutturale l’Italia è prima o poi destinata ad uscire dal contesto internazionale al quale, invece, pretende di appartenere.

Il punto è che lo tsunami del 2008 si è abbattuto su un paese già fortemente indebolito da una situazione, antecedente al 2008, che riduce l’efficacia di ogni intervento non orientato a ristabilire condizioni di strutturale stabilità economica; in assenza di tali interventi, mentre in giro per il mondo gli effetti del 2008 sono stati in gran parte riassorbiti, da noi la situazione è e resta critica, con buona pace di statistiche e ministri.

I rapporti debito/Pil e deficit/Pil tipici della situazione italiana, la situazione del nostro settore del credito, la situazione delle nostre industrie nazionali ormai allo stremo dopo venti mesi di Pil decrescente e di interventi di finanza pubblica di tipo restrittivo, lo stallo politico derivante da una irrisolta e continua contrapposizione tra partiti non sono la conseguenza del crack di Lehman, ma la situazione che l’Italia già viveva quando è scoppiata la crisi del 2008 e che la crisi ha solo peggiorato e reso evidente.

Nel nostro caso gli eventi mondiali hanno operato su una struttura che non sarebbe stata in grado di reggere stimoli molto meno impegnativi di quelli oggi in atto e che era comunque già destinata a entrare in crisi. Un settore pubblico ormai bloccato da anni e incapace di rigenerarsi, una classe politica incapace di agire e paralizzata da intese politiche a dir poco “innaturali”, la crisi in cui versano settori fondamentali per il futuro di un Paese moderno quali la scuola ed il welfare, un settore industriale che ha perso capacità di investimento e innovazione, l’esodo dei nostri studenti verso le università straniere sono alcuni degli elementi della situazione su cui si è abbattuta la crisi del 2008.

Quello che ne consegue è che dibattere sull’Imu o sull’Iva senza modificare i costi del settore pubblico, preoccuparsi dell’andamento dello spread senza affrontare le carenze strutturali del nostro settore finanziario, piangere sulla vendita agli stranieri delle nostre aziende senza affrontare il problema della competitività complessiva del sistema industriale nel confronto internazionale mi sembrano esempi abbastanza chiari di come si continui a non voler affrontare le cause che hanno reso la situazione attuale così grave.

Curare le cause però richiede di accettare che è necessario lavorare su cambiamenti strutturali che non potranno essere immediatamente misurati da indici statistici o sondaggi elettorali; pertanto chi è in grado di farlo dovrà rinunciare a benefici immediati a fronte del benessere futuro dei nostri figli e di quella parte di giovani il cui futuro è oggi così incerto.

Ora, se è vero, per dirla con Keynes, che nel lungo periodo saremo tutti morti, è anche vero che se non facciamo qualcosa che guardi lontano rischiamo di illuderci che la crisi sia finita solo perché un indice sarà tornato positivo.