È insostituibile, semplicemente nessuno può prendere il suo posto. È questo, pare, il motivo per cui Attilio Befera è stato recentemente riconfermato alla guida dell’Agenzia delle Entrate dal governo Letta (la poltrona è sua dal lontano 2008). Peccato che quella nomina non rispetti la legge sull’età massima dei dipendenti pubblici, peraltro ribadita dopo la riforma Fornero da una circolare dell’allora ministro Filippo Patroni Griffi, oggi sottosegretario a palazzo Chigi. Insomma, Befera avrebbe dovuto lasciare il suo posto e tutti lo sapevano benissimo, compreso l’interessato, tanto che si parlava di operare una modifica normativa per garantirgli almeno la permanenza sulla tolda di Equitalia, che formalmente è una società per azioni (il 51% è proprio dell’Agenzia delle Entrate e il resto dell’Inps). Poi, la scoperta della “non fungibilità” – copyright Berlusconi – di Attilio Befera deve aver cambiato le carte in tavola e, un paio di settimane fa, è arrivata la riconferma.

Qual è il problema? È l’età del nostro eroe. L’uomo del fisco ha infatti compiuto 67 anni il 29 giugno scorso e quella – secondo la legge – è esattamente l’età massima per l’addio al servizio per i dipendenti pubblici, esclusi militari, magistrati e professori universitari. O meglio, l’età massima pre-riforma Fornero sarebbe 65 anni, ma le norme consentono il trattenimento in servizio per altri 24 mesi in tutto: insomma, chi aveva i requisiti per la pensione al 31 dicembre 2011 deve andare in pensione a 67 anni al massimo. E qui c’è la prima stranezza. Anche se pochi lo sanno, infatti, Attilio Befera è già pensionato: a quanto risulta al Fatto Quotidiano, il nostro è stato collocato a riposo due anni fa, cioè quando ha compiuto 65 anni. Da allora ha un incarico da dirigente esterno a tempo determinato: la legge consente di assegnarne un certo numero – il 5% del totale – a “persone di particolare e comprovata qualificazione professionale, che abbiano svolto attività in organismi ed enti pubblici o privati o aziende pubbliche e private con esperienza acquisita per almeno un quinquennio in funzioni dirigenziali” . È il famoso decreto legislativo 165 del 2001.

Tutto a posto? Mica tanto. E la colpa è di Pier Luigi Bersani, o meglio dell’omonimo decreto del 4 luglio 2006. All’articolo 33, significativamente intitolato “trattenimento in servizio dei dipendenti pubblici”, al comma 3 si estende il limite dei 67 anni pure ai dirigenti della P.A. assunti come esterni, ovvero col decreto legislativo di cui sopra. La legge, insomma è chiarissima: si può ritenerla sbagliata, ma l’intenzione del legislatore è chiara ed è stata ribadita dal governo Monti con l’articolo 24 della legge Fornero e con una circolare interpretativa del ministro Patroni Griffi: i limiti d’età per gli statali restano e, in particolare, a chi ha compiuto 65 anni nel 2011 si può “accordare il trattenimento fino a 67 anni”.

Di più. Nel 2009 qualche manina tentò di cancellare il comma 3 del decreto Bersani proprio per consentire almeno la scappatoia pensione+incarico esterno, ma Tremonti bloccò tutto. Motivo: se passa i direttori delle agenzie fiscali ce li dobbiamo tenere per sempre. Informalmente, a palazzo Chigi forniscono una giustificazione giuridicamente debole: nel decreto di nomina di Befera non è citato il dlgs del 2001 e dunque a lui non si applicano i limiti d’età. Difficile, però, che una decisione amministrativa possa aggirare una legge della Repubblica. Aiuta il fatto che nessuno probabilmente farà mai ricorso contro la nomina: l’unica interessata poteva essere Gabriella Alemanno, direttrice dell’Agenzia del Territorio retrocessa al ruolo di vice dalla contestata assimilazione nella struttura di Befera, ma non pare intenzionata a farsi notare più di tanto.

Da Il Fatto Quotidiano del 9 agosto 2013