Ci sono più di quindici nazionalità nel piccolo parchetto di Ravenna, la Rocca Brancaleone.

Da piccolo amavo giocare alla Rocca Brancaleone, andavo in altalena e guardavo i pesci rossi nuotare sul fondo della fontana. Una volta ci cascai anche dentro per guardarli da vicino. Oggi la fontana è ancora lì, ma ha un piccolo recinto attorno, così che non ci si possa cadere dentro. Questa non è l’unica cosa che è cambiata da allora, sono cambiati anche i bambini sono diversi, e alcuni hanno storie molto più avventurose da raccontare, che non una caduta nell’acqua.

Oggi in quel parco, dentro le mura di una roccaforte nata per difendere la città dalle rivolte e dai pirati, corrono quaranta bambini de “la scuola sotto gli alberi” di Città Meticcia. Giocano, fanno i compiti, cantano e con loro tengo un laboratorio di teatro del TeatrOnnivoro che, il 3 agosto alla Rocca, è diventato uno spettacolo. I bambini provengono da quindici paesi diversi. C’è tutto il mondo dentro le mura della Rocca: dal Sud America con il Brasile e Santo Domingo, all’Africa con Senegal, Nigeria, Congo, Camerun, Ghana, il Magreb con il Marocco, l’Europa con Italia, Macedonia, Bulgaria, Albania e Romania fino all’Asia con la Cina e il Bangladesh. Alcuni sono nati qui, altri sono arrivati da appena qualche settimana. Sono figli di operai, cameriere, cuoche, parrucchiere e negozianti che vivono in città. I più piccini hanno sette anni, i più grandi undici. Tutti parlano in italiano. Chi meglio e chi peggio, ma è quella la cosa che unisce tutti: sono qui, alla Rocca Brancaleone di Ravenna, in Italia. Poco importa da dove vieni per vincere una partita al gioco della corda o a coccodrillullà.

La storia, che farà da collante allo spettacolo, è ispirata una favola di Gianni Rodari: Gelsomino nel paese dei bugiardi. Questo paese “dalle parti di chissà” è un luogo immaginario dove i pirati hanno preso potere, ed hanno imposto per legge l’obbligo di dire bugie. A tutti gli abitanti questo va bene, finché Gelsomino, un bambino venuto da lontano che non conosce il codice dei bugiardi, inizia a dire la verità. Il piccolo Gelsomino compie così una piccola rivoluzione e tutti iniziano a dire la veirà costringendo i pirati a togliersi la parrucca. Non è facile provare le scene con quaranta bambini in un parco, la concentrazione dura un attimo quando si vede volare un piccione o si scopre una formica gigante per terra. Ogni tanto mi sono anche arrabbiato, ma è difficile mantenere l’espressione seria della “tirata d’orecchi” davanti a quelle faccette da birbanti. «Sei incazzato bianco?» mi ha chiesto con gli occhioni spalancati Ayman, una volta che avevo alzato la voce, e come fai a non metterti a ridere?

I loro nomi sono già un viaggio. I nigeriani si chiamano con termini inglesi altisonanti: Destiny, Princess, William, Wisdom. I senegalesi hanno nomi quasi onomatopeici Pathe, Bassirou, Mbene, i cinesi semplificano i propri per aiutare noi occidentali a pronunciarli e diventano Zao, Han, Luo.

Un giorno ognuno ha scritto un desiderio in un fogliettino da appendere nell’albero, che poi è diventato la nostra scenografia naturale, un piccolo “vorrei” senza nessuna indicazione specifica. Alcuni erano semplici desideri, quelli di ogni bambino di dieci anni, altri nascondevano storie complesse e invisibili: «Vorrei un robot-dinosauro», «Vorrei la maglietta di Messi», «Vorrei che il babbo venisse in Italia ad agosto», «Vorrei una bicicletta bianca», «Vorrei che la scuola non esistesse più», «Vorrei una sorellina», «Vorrei che gli altri bambini a scuola non smettessero di parlare quando mi avvicino».

A pranzo ci si ferma per una pausa. Seduti sotto l’ombra degli alberi ognuno mangia le cose che gli hanno preparato i genitori. Ci sono cibi speziati, riso con pesce piccante, piadine con la nutella, patate schiacciate con la papaia e panini al salame.

Insieme i bambini sono una squadra. Interpretano tutte le parti. Sono una piccola gang di pirati, ma anche i Gelsomino che compiono una rivoluzione e riportano nel Paese di Chissà la verità. Ognuno di loro ha un ruolo. Ognuno fa sentire a tutti una frase nella sua lingua d’origine e gli altri la ripetono. Questo fa superare quel sentimento di vergogna che molti hanno verso le proprie origini, alimentato dal velato razzismo che vivono quotidianamente e che esiste, per colpa degli adulti, anche nel mondo dei piccoli. Capiscono piano piano che la propria diversità non è una cosa di cui vergognarsi, ma nemmeno un vessillo per allontanarsi dagli altri. È una ricchezza da condividere con tutti.

Ayomide che ha molta memoria tiene il filo del racconto, Princess che è scatenata ha inserito un suo balletto, Enrico senza i due denti davanti dice le bugie e sorride. Han che non parla benissimo in italiano, non è convinto della sua battuta. Nel paese dei bugiardi anche i gatti abbaiano. «Il gatto fa PAO» dice Han con la sua facciotta rotonda e gli occhi stretti come due noccioli d’oliva. «Matteo, sicuro che non si dice “gatto si fa pao?». «No, fidati. E poi sarebbe bau, non pao, ma va bene». Abdou ha dato un nome al suo pirata: Capitan Africa, ed è un esperto di karate. Invece quello di Eladji è un pirata calciatore perché ha la maglietta dell’Inter, lo ha anche disegnato per immedesimarsi meglio. Giorno dopo giorno, un pochino alla volta lo spettacolo prende forma e siamo quasi al gran giorno.

Dopo una delle ultime prove la piccola Awa, con le treccine dritte in testa, si avvicina piangendo lacrime grosse come ciliegie. Penso che sia caduta, o che qualcuno le abbia dato una spinta, come succede spesso. Invece con la sua voce sottile e il suo italiano un po’ sgrammaticato mi dice: «Quando finiamo lo spettacolo mi prometti una cosa», «Certo Awa, cosa?», «Non ci dimenticare di noi!»

*Grazie a Marinella Gondolini, Letizia Bolognesi, Andrea Collu, Serena Pozzano, Edoardo Masselli, Frank Viderot e tutta Città Meticcia.