Niente di più probabile che la direzione del Partito democratico si concluda con un voto sulla relazione del segretario Guglielmo Epifani, compresa l’intenzione di svolgere il congresso entro l’anno e di convocare perciò l’assemblea congressuale per modificare le regole ai primi di settembre. Un voto dunque unanime, o quasi. E che, mai come in questo caso, dietro l’unanimismo apparente servirà a nascondere non solo le divisioni ma anche la riorganizzazione delle componenti interne. Perché in realtà il Pd non è mai stato così in subbuglio. Agitato, più e prima che intorno alle candidature alla segreteria per il congresso, dall’agenda politica per la ripresa autunnale: dai mille modi per alzare il livello dello scontro col Pdl alla possibilità di elezioni anticipate in autunno – che secondo fonti giornalistiche potrebbe essere nelle intenzioni di Epifani e Letta per vincere lasciando in panchina Matteo Renzi –, fino a quella di una riforma elettorale in senso proporzionale per far deragliare l’incontrastabile ascesa del sindaco di Firenze alla guida del partito. Dal momento che invece Renzi ha rotto in modo fragoroso il silenzio stampa che si era imposto: con un accalorato comizio alla festa di Bosco Albergati (Modena) in cui ha scelto intenzionalmente di rivolgere alla base emiliana un discorso tutto coniugato in “noi” e “sull’inventarci un partito diverso”, non basato sulle tessere e l’appartenenza ma nemmeno si limiti all’universo digitale e senza perdere “il gusto” delle relazioni umane. Un comizio da candidato segretario, insomma.

Sulle regole l’accordo c’è
Era cominciata il 26 luglio con all’ordine del giorno data e regole per il prossimo congresso del Pd, ma solo per essere obbligatoriamente aggiornata in vista della sentenza dell’attesa sentenza della Cassazione sul processo Mediaset, anche in considerazione del fatto che tutti i candidati alla segreteria si erano espressi, insieme ai renziani, contro le modalità proposte da Epifani e Franceschini. Trascorsa la settimana di passione per la pronuncia della Suprema Corte, la direzione nazionale del Pd è riconvocata per ascoltare la relazione del segretario Guglielmo Epifani su una “situazione politica” inasprita dopo la conferma della condanna a Berlusconi, ma senza più il congresso in agenda. Un’omissione che ha suscitato l’immediata polemica dei renziani, che chiedono precisi impegni nel senso del congresso. Lorenzo Guerini, deputato che per i renziani ha seguito la questione della direzione, spiega tuttavia che “nella relazione di Epifani si farà sicuramente riferimento alla convocazione dell’assemblea in settembre e allo svolgimento del congresso entro l’anno”. Dal momento in cui “probabilmente sarà posta in votazione la relazione” del segretario, per Guerini “essa va agli atti, pertanto sarà difficile che qualcuno possa sostenere che non è stato assunto un impegno dalla direzione”. Molti renziani preferirebbero un voto più circostanziato, ma secondo Guerini “l’ipotesi e il tentativo di rinviare il congresso sembrano tramontati”.

Anche le controversie relative alle regole si stanno infatti appianando. Le primarie per l’elezione del segretario saranno “aperte”, tramite un meccanismo che allarga la partecipazione agli “aderenti” oltre che agli iscritti, magari riscuotendo da lor qualche euro. Le candidature alla segreteria dovranno essere presentate prima dei congressi di circolo, come avevano chiesto tutti i candidati a cominciare da Gianni Cuperlo, in modo da poter far riconoscere militanti e dirigenti anche nel dibattito congressuale di base, diversamente da quanto proposto in origine da Epifani e Franceschini, che intendevano postporre la sfida per la segreteria nazionale a dopo lo svolgimento dei congressi di base. La figura del segretario e del candidato premier saranno distinte a dispetto della preferenza renziana. Ma è questione di lana caprina, dal momento che qualunque segretario avrà ampiamente facoltà di candidarsi alla premiership. Regole e convocazione del congresso spettano comunque all’assemblea che dovrebbe svolgersi a settembre

Le strategie anti Renzi
“O c’è condivisione sulle regole oppure rimarranno quelle vecchie”, avverte Guerini per conto renziano. Dal momento però che nella direzione di luglio i candidati alla segreteria si sono espressi tutti in favore della maggiore apertura possibile del congresso e della scelta del segretario, appare difficile che la nomenclatura del Pd insista nel tentativo di arginare l’ascesa di Renzi per via normativa, per altro sortendo puntualmente l’effetto opposto di accrescere le simpatie per il sindaco rottamatore.

Non è un caso che proprio alla vigilia della direzione Renzi abbia scelto intenzionalmente di proporsi alla base emiliana nei panni di candidato leader per guidare il Pd alla riscossa senza “pazientare” oltre. Perciò il sindaco chiede a Epifani un congresso con regole “non socchiuse” ma certe e aperte. Puntando a conquistare la segreteria in modo da innovarne organizzazione e programmi del Pd per vincere le elezioni e governare dentro un quadro bipolare (Renzi auspica una riforma elettorale sul modello dei sindaci), senza troppi fronzoli né cespugli che imballino l’azione di governo. Il modello, spiegano i suoi, “è Tony Blair: cambiare il partito e di lì lanciare la sfida per la guida del governo”. Tanto è vero che nei giorni scorsi il sindaco ha incontrato a Milano lo storico consigliere dell’ex premier inglese, Peter Mandelson.

Esattamente per questo, però, le manovre interne per contrastare Renzi, e eventualmente anche il congresso, stanno cambiando mira dalle dispute regolamentari alle scadenze dell’agenda politica. Tanto è vero che Repubblica sottopone alla direzione un ampio retroscena per illustrare il “piano b” attribuito al presidente del Consiglio Enrico Letta insieme a Epifani per andare al voto in autunno, in modo da lasciare in panchina lo scalpitante rottamare. Non si tratterà dello stesso “piano per votare” che il titolo dell’Unità attribuisce invece al Pdl. Ma quasi.

Per Renzi il voto “prima è, meglio è”. Tuttavia una rincorsa precipitosa verso le urne potrebbe diventare lo scenario più minaccioso per il sindaco di Firenze, offrendo ai suoi avversari interni il destro per saltare non solo il congresso ma persino le primarie e ricandidare Letta, confermando Epifani, per quanto lui neghi, al vertice del Pd come si attribuisce alle intenzioni di Bersani (dopo il no di Fabrizio Barca) e Franceschini. Certo è che “nel Pd tutti sforbiciano la vita al governo Letta”, osserva dai banchi dem di Montecitorio Filippo Fossati. Lo ha fatto il segretario Epifani con la richiesta di “tagliando” sul governo anticipata nell’intervista al Corriere in cui non ha lesinato bordate al Cavaliere. Lo fanno Goffredo Bettini, Laura Puppato e Tito Boeri con un documento firmato da numerosi altri esponenti, che vanno dai prodiani alla sinistra. Lo ha fatto Massimo D’Alema con la richiesta di “verifica” nell’intervista a l’Unità in cui prospetta anche una uscita dal modello “carismatico-proprietario” del bipolarismo berlusconiano e consegna il Pd a un ruolo di non autosufficienza che suona come l’opposto del disegno renziano.

Per votare occorre tuttavia superare l’avversione del capo dello Stato Giorgio Napolitano, pronto anche a giocarsi le dimissioni contro la sciagura delle urne, e che comunque esige la riforma del Porcellum elettorale. Ma a questo proposito la Camera ha già votato, su proposta del Pd, la procedura d’urgenza che porterà la questione in aula a ottobre. Ufficialmente il Pd è per il ritorno al Mattarellum o, meglio ancora, il doppio turno. Ma sono diverse le componenti interne che potrebbero guardare con favore a un ritorno al proporzionale che depotenzi la leadership renziana a vantaggio di nuovi equilibrismi. Se nel frattempo il rapporto col Pdl fosse già precipitato a fini elettorali, in quest’ottica potrebbero venire in soccorso i 5 Stelle che, al di là delle smentite di rito nei riguardi di qualunque implicazione col “Pd meno l”, non vedono in cattiva luce una riforma in senso proporzionale attraverso cui potersi mantenere vergini da impegni di governo. Nello stesso Pdl, d’altronde, una restaurazione proporzionale tale da salvaguardare un potere d’interdizione politica alla compagnia azzurra potrebbe piacere tanto ai falchi che alle colombe, pronte a convolare in larghe intese esenti da radicalismi di destra come di sinistra.

Sempre che, fa notare qualcuno, “non sia Letta che manda tutti a quel paese e si accorda con Renzi, che comunque gli fa fare il ministro degli Esteri a vita”. E in quest’ottica c’è chi insinua che pure l’incontro tra il sindaco e Franceschini dei giorni scorsi ha Firenze abbia rimescolato le carte. Di sicuro c’è soltanto che a Renzi tocca rassegnarsi al fatto che suo malgrado anche il congresso del Pd si svolgerà “aspettando Berlusconi”.