Caro Federico, avrei potuto scriverti in privato, come ho fatto in altre occasioni, ricevendo sempre, peraltro, risposta gradita e competente.

Sull’argomento di questa lettera, però, preferisco allargare la cerchia dei possibili contributi, perché credo che i tuoi ultimi provvedimenti in materia di “degrado urbano” a Parma lo meritino.

Io non sono affatto convinto che la strada giusta per affrontare il problema del decoro e del degrado nelle zone a forte valenza artistica, sia quella di impedire ai cittadini e ai turisti di “bivaccare” sulle scalinate del Duomo o del Regio o su quelle dei Portici del grano, magari facendoli allontanare dai vigili urbani dopo aver affibbiato loro una multa salata.

Fruire degli spazi artistici nella città comporta, a volte, anche il dover accettare che si possa mangiare un panino al prosciutto seduti di fronte a un edificio di rara bellezza, come quelli menzionati. E in quale altro posto, se non lì? Le panchine sono praticamente inesistenti a Parma, e già su questo tema si potrebbe aprire un ampio dibattito. Beppe Sebaste, scrittore parmense, ha pubblicato sull’argomento uno splendido libro (certamente lo avrai letto), nel quale fa comprendere come una semplice panchina possa diventare il simbolo del non doversi per forza omologare al consumismo che ti obbliga a sederti, consumare e spendere nei bar, il cui plateatico, tra l’altro,  spesso deturpa la bellezza di una piazza o una via ( sempre che non sia anche abusivo, vedi quello noto di Via Farini).

Le panchine, così come la scalinata della Pilotta o i gradini del monumento a Garibaldi, sono spazi liberi, gratuiti, belli, che resistono alla mercificazione e allo scempio della città, frutto delle scelte degli ultimi 15 anni.

Se parliamo di degrado, come possiamo non parlare della tettoia che ha fatto sparire per sempre uno dei cuori pulsanti di Parma, ovvero la Ghiaia? E non diciamo niente del nuovo ponte Nord di via Europa? Oppure della devastazione della stazione ferroviaria, tuttora in corso? O, ancora, degli orrendi palazzi incompiuti attorno alla periferia, emblemi di una città che Ubaldi e il suo delfino volevano metropolitana e oggi, invece, utili solo a ricordarci (per sempre) quanto siamo stati coglioni a permettere tutto ciò?

Questo, per me, è il degrado! Questo abbiamo insegnato per decenni alle nuove generazioni, abituandoli all’orrido.

Queste sono le cose che tolgono bellezza a una città meravigliosa, derubata dei valori che da sempre l’hanno contraddistinta. A fronte di almeno tre lustri in cui si è smesso di educare all’arte, alla bellezza e alla cultura dei luoghi, come si può pretendere oggi di rimettere le cose a posto multando chi lascia una carta per terra?

Farei un insulto alla tua competenza, caro Federico, se pensassi che, come il tuo predecessore, anche tu vuoi provare a risolvere i problemi con qualche provvedimento alla maniera di un vecchio sceriffo del west. Se si imbocca questa strada, magari per assecondare qualche perbenista rompicoglioni che poco tollera chi porta i capelli lunghi, ha la pelle scura,  e si corica per terra, poi diventa difficile uscirne… E presto ci sarà qualche altro perbenista rompicoglioni, al quale darà fastidio uno che cammina con gli zoccoli o una che porta la canottiera troppo scollata…

Riappropriarsi degli spazi artistici della città significa, a mio modesto parere, saper far vivere questi luoghi restituendo quel valore culturale, sociale e artistico che in passato hanno sempre avuto, quindi rendendoli più facilmente accessibili e fruibili, mantenendoli in buono stato, educando i turisti e i cittadini alla loro cura e ad apprezzare il loro immenso valore.

La scuola, l’università e tutte le istituzioni devono essere i primi luoghi dove intervenire per tentare di progettare una nuova e diversa fruibilità degli spazi. In altre grandi città europee è stato fatto e oggi molte di esse vivono d’arte e cultura. È lì che dobbiamo cercare la soluzione al degrado e non in qualche stravagante decreto “alla Gentilini”.  

Con affetto e stima,