Vatileaks, pedofilia, trasparenza e il rischio di scismi minori. Sono i punti chiave della meditazione che il cardinale Prospero Grech tenne, il 12 marzo 2013, ai 115 confratelli elettori nella Cappella Sistina subito dopo l’extra omnes, il fuori tutti, intimato dal maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie Guido Marini. “Alla veneranda età di 87 anni – affermò Grech – sono uno dei più anziani del collegio cardinalizio, ma in quanto a nomina sono appena un neonato; e poiché la mia vita era sempre dedicata allo studio, la mia conoscenza delle vicende di Curia non supera la terza elementare”. Le telecamere del Centro Televisivo Vaticano, che avevano rilanciato in tutto il mondo le immagini del giuramento dei 115 porporati elettori, si erano appena spente. Con la meditazione di Grech iniziava il primo conclave dei tempi moderni seguito alla rinuncia di un Papa.

Sulle spalle del teologo agostiniano e maltese la porpora era stata messa da appena un anno dall’amico di lunga data Joseph Ratziger. “L’atto che state per compiere dentro questa Cappella Sistina – sottolineava Grech ai confratelli elettori – è un kairos, un forte momento di grazia, nella storia della salvezza, che continua nella Chiesa fino alla fine dei tempi. Siete coscienti che questo momento chiede da voi la massima responsabilità. Non importa se il Pontefice che eleggerete sia di una nazionalità o di un’altra, di una razza o di un’altra, importa solo se, quando il Signore gli rivolge la domanda ‘Pietro, mi ami?’, egli possa rispondere con tutta sincerità: ‘Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo'”.

La meditazione di Grech era l’ultima parola prima del silenzio e della preghiera che avrebbero scandito le cinque votazioni dopo le dieci congregazioni generali dei cardinali nelle quali si era tracciato il profilo del successore di Benedetto XVI e alle quali il porporato maltese aveva preso parte ascoltando le riflessioni di tutti i confratelli. “Non ho nessuna intenzione di fare l’identikit del nuovo papa – spiegava Grech – e molto meno presentare un piano di lavoro al futuro Pontefice. Questo compito delicatissimo spetta allo Spirito Santo, il quale negli ultimi decenni ci ha regalato una serie di ottimi pontefici santi”.

Per Grech la Chiesa deve presentare il “Vangelo senza sconti“, senza scendere a compromessi, consapevole che la persecuzione è un elemento costitutivo dell’istituzione ecclesiale come “la debolezza dei suoi membri”. “Quando le accuse sono false – sottolineava il cardinale – non bisogna farne caso, anche se causano dolore immenso. Un’altra cosa è quando contro di noi si dice la verità, come è accaduto in molte delle accuse di pedofilia. Allora bisogna umiliarsi di fronte a Dio e agli uomini e cercare di sradicare il male a ogni costo, come ha fatto, con grande suo rammarico, Benedetto XVI. È solo così – spiegava il porporato maltese – che si riguadagna credibilità di fronte al mondo e si dà un esempio di sincerità. Oggi tanta gente non arriva a credere in Cristo perché il suo volto viene oscurato o nascosto dietro un’istituzione che manca di trasparenza. Ma se recentemente abbiamo pianto su tanti avvenimenti spiacevoli accaduti a clero e laici, persino nella casa pontificia, dobbiamo pensare che questi mali, pur gravi che siano, se comparati con certi mali del passato nella storia della Chiesa, non sono che un raffreddore”.

Trasparenza e credibilità sono sicuramente le due parole chiave dei primi cinque mesi di pontificato di Papa Francesco che ha affrontato subito, a causa dei gravi scandali che hanno visto come protagonista lo Ior, la riforma della finanza vaticana con due commissioni ad hoc, una specifica per la banca vaticana e una per tutta l’economia della Santa Sede, proprio per contrastare il riciclaggio di denaro che avveniva nei sacri palazzi. Ma Grech indica anche il pericolo di “scismi minori” e qui il pensiero corre ai lefebvriani con i quali Benedetto XVI ha tentato, invano, di arrivare alla piena comunione. Ma scismi molto seri si possono aprire oggi con Papa Francesco soprattutto nel campo liturgico come profeticamente indicava, prima della fumata bianca, il cardinale agostiniano: “Non meno facile per il futuro Pontefice sarà il compito di tenere l’unità nella Chiesa cattolica medesima. Tra estremisti ultratradizionalisti e estremisti ultraprogressisti, tra sacerdoti ribelli all’obbedienza e quelli che non riconoscono i segni dei tempi, ci sarà sempre il pericolo di scismi minori che non soltanto danneggiano la Chiesa, ma che vanno contro la volontà di Dio: l’unità a ogni costo. Unità però, non significa uniformismo”. E sempre secondo Grech “accade spesso che le proposte di tanti fedeli per il progresso della Chiesa si basano sul grado di libertà che si concede in ambito sessuale. Certamente leggi e tradizioni che sono puramente ecclesiastiche possono essere cambiate, ma non ogni cambiamento significa progresso; bisogna discernere se tali cambiamenti agiscano per aumentare la santità della Chiesa o per oscurarla”.

Terminata la meditazione il cardinale Grech e monsignor Marini lasciano la Cappella Sistina. È il cardinale Giovanni Battista Re, che presiede il conclave, a chiedere ai 114 confratelli se intendono votare subito. La risposta è unanime: si vota. Il cardinale ciellino Angelo Scola, entrato Papa in conclave, delude le aspettative dei suoi maggiori sostenitori: soltanto 27 voti. Jorge Mario Bergoglio, che già nel conclave di otto anni fa aveva tenuto testa a Ratzinger, è pronto al sorpasso e a ottenere, al quinto scrutinio, quei 90 voti che lo vedranno eletto Papa.