La Giunta per le Immunità del Senato, che dovrà pronunciarsi sull’incandidabilità di Berlusconi così come prevede la legge anti corruzione, tornerà a riunirsi mercoledì 7 agosto. Ma un voto sulla decadenza del Cavaliere dal mandato di senatore, dopo la conferma della condanna della Cassazione nel processo Mediaset, potrebbe arrivare presto anche se difficilmente  prima della pausa estiva. ”Chiederò in Giunta per le Immunità che venga acquisito agli atti anche il vocabolario della lingua italiana. Nella legge anti corruzione si usa, infatti, per ben due volte il termine ‘immediatamente e questo vorrà pur dire qualcosa. E’ un fatto che non si può ignorare..”dice il capogruppo del M5S in Giunta per le Immunità del Senato Mario Michele Giarrusso che fa sapere che il Movimento 5 Stelle intende che la procedura sia veloce. 

Parlando anche con altri componenti della Giunta, si registra comunque come l’intenzione della maggioranza dei ‘commissari’, in totale sono 23 e i componenti del Pdl sono sei, sia quella di votare sulla decadenza dell’ex premier a fine agosto. Per far sì che l’Aula si pronunci sulla decisione della Giunta “entro i primi di settembre”.

E’ vero che la procedura per l’incandidabilità è la stessa di quella per l’ineleggibilità e che quindi le due procedure di fatto potranno riunirsi, ma il regolamento della Giunta parla chiaro: deve prima concludersi la discussione generale. Poi si conferirà il mandato al relatore (già nominato è Andrea Augello del Pdl) a dare il parere. Così come si dovrà dare tempo, poi, alla difesa per presentare delle memorie o venire ascoltata. Quindi, la Giunta dovrà decidere. E sulla sua decisione dovrà pronunciarsi l’Aula. Ci sono, insomma, dei tempi tecnici, spiega il presidente della Giunta Dario Stefano (Sel), che devono essere rispettati. E se i capigruppo del Senato hanno deciso di interrompere il 9 agosto l’attività di Palazzo Madama, sarà difficile per la Giunta ‘chiudere la pratica’ prima di tale data.

Nel frattempo si cerca di fare chiarezza su alcuni dubbi sollevati dal Pdl. Prima di tutto, spiegano alcuni costituzionalisti tra cui Stefano Ceccanti, gli effetti della legge Severino sull’incandidabilità, non possono mai venir meno. Si tratta di “una norma elettorale” che “non può essere analizzata e valutata con i criteri tipici delle sanzioni penali” (“l’art.51 della Costituzione consente limitazioni al diritto elettorale passivo”). Quindi il fatto che “il reato sia stato compiuto prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo – insiste Ceccanti – non c’entra proprio niente” perché “l’unica cosa che si deve prendere in considerazione è il momento in cui la sentenza di condanna sia diventa definitiva”.

In più, a proposito dell’accusa di incostituzionalità che ora il Pdl muove alla legge Severino, si fa osservare, che la norma “è già stata già applicata” alle ultime elezioni, senza che nessuno abbia battuto ciglio. E infatti le ultime candidature sono state selezionate sulla base di quanto disposto dal decreto legislativo (è il n.235 entrato in vigore il 5 gennaio 2013). E che venne posta la questione di fiducia proprio per fare presto e renderlo operativo in tempo per le elezioni del 24/25 febbraio. L’obiettivo infatti era quello di “pulire il Parlamento” evitando che venisse candidato chi era stato condannato. Ma nella legge, all’articolo 3, si parla esplicitamente dell’incandidabilità sopravvenuta, cioè del parlamentare che, mentre è in corso il suo mandato, viene colpito da condanna e quindi decade.