Le carceri sono piene di gente che si dichiara innocente. Per questo servono i processi, e le Comunità si sono date le regole che tutti devono rispettare affinché la giustizia possa risolvere i conflitti ed i problemi tra chi convive. Per questo esistono i giudici che fanno applicare queste regole sanzionando chi non le rispetta. Essi non sono “impiegati”, ma servitori dello Stato che è ben altra cosa.

Il condannato Silvio Berlusconi che non potremo più chiamare Cavaliere, altrimenti provocheremmo un danno ai tanti Cavalieri del lavoro che lo sono avendo rispettato le regole e senza aver subito condanne, si è proclamato innocente davanti ad una folla di suoi seguaci. Commosso ha promesso loro che non mollerà. Indossando la maschera della vittima, B. sa di colpire i suoi nel cuore. Eccome se lo sa.

E spera di aizzare l’opinione pubblica contro i giudici cattivi gridando “attenti al gorilla” come nella famosa ballata di De Andrè. Secondo lo schema del condannato B. ci sono giudici buoni che lo graziano (attraverso leggi da lui stesso confezionate prescrivendo o eliminando i reati), e giudici cattivi che lo perseguitano da 20 anni.

A dire il vero i guai con la giustizia di B. cominciano prima dei 20 anni, tant’è che Borsellino nella sua ultima intervista parla di B. e del suo compare Dell’Utri e di fatidici cavalli da trasportare in albergo. Quindi gli anni in cui B. è sotto la lente della Giustizia sono almeno 25.

Durante tutti questi anni però, la Giustizia ha garantito a questo Paese il rispetto delle regole dei suoi cittadini tranne per coloro che “sono più cittadini degli altri” e sono coperti da immunità. I servitori dello Stato, in questi anni sono stati all’opera e molti di loro sono stati massacrati, uccisi, mentre si occupavano di far rispettare le regole.

In questo tempo B., che definirei piuttosto “servitore del suo stato” ha cercato di rendere le regole “deregolarizzate” come direbbe il Crozza/Maroni. Quando ho visto in lacrime il condannato Berlusconi, mi sono ricordato tutte le volte che l’ho visto piangere a favore di telecamere, pubblicamente. Ma anche di tutte le volte che non l’ho visto piangere partecipando alle commemorazioni di quegli impiegati “Servitori dello Stato”, che meritavano certamente più attenzione di quanta B. ne ha dedicata a Mangano o ad altri.

Ci sono lacrime e lacrime, ma non è di questo che ha bisogno oggi il Paese.