Da casa di Romina, spiavo la finestra di Mary. Le case di periferia erano i falansteri dove dimoravano uomini minori, interregno che induceva a pensieri mortali perlopiù: certe volte qualcuno volava giù dal balcone o si lanciava sotto il treno in corsa sui binari della vecchia ferrovia che inciampava come un patetico fermabue sui dossi dei canaloni di fogna. Romina era un’amica. Era tanto diversa da me, per questo ci capivamo subito.

Era una che sapeva fare a botte, e nelle case col tetto di eternit le regole bisognava impararle; oggi detta così sembra un po’ uno slogan di un film di Marco Risi o del più truce desolato neorealismo. Romina mi difendeva da una stolta gentilezza che usavo male. Non mi capiscono, mentivo persino allora. Guardavo dalla stanza di Romina, al terzo piano del condominio, la finestra di Mary, con grandi tette. E la invidiavo. Usava l’eroina anche lei, e gli uomini con lei diventavano matti. Era andata in overdose, finì in ospedale e dopo il narcan, chiedeva alla madre china sul suo letto la trousse con gli ombretti e le marlboro.

La sua vanità è stata la salvezza, era forte, quasi ferigna. Non so se fosse bella, non so di quale bellezza riferirvi, era eccessiva, circense per alcuni versi. Vestiva con colori accesi, aveva le gambe magrissime, indossava un cerchietto rosa. Scriverò di lei un giorno, liberata dalla mia ossessione, che era lei, come Christiane F., come gli underground, il Bahnhof Zoo, Atze, Detlef, David Bowie, la pioggia dell’AlexanderPlatz. Ecco di cosa vorrei parlare ancora, e non chiedetemi dove finisca tutto questo, non lo so.

Mary guidava un’alfa 33. Aveva tagliato i capelli perché le cadevano a causa dell’eroina. In piazza le davano certi nomi che non sto qui a ripetere. Massimo comprava il fumo nelle case del civico 203. La roba la trovava ai portici, uno scambio di mani, la stagnola che scivolava da un palmo all’altro. Romina ammirava Mary, era una ammissione forzata eppure inevitabile, l’unica a detenere un qualche tentativo di grazia; vuole buttarsi sotto al treno e non lo fa mai, imprecava alla fine Romina nella medesima indolente ammissione.

Il treno correva veloce e quando accadeva la calma sovrastava persino il frastuono e io e Romina e gli altri compagni delle case immaginavamo di essere innocenti ancora o tutto sommato. Volevo essere amata come Massimo amava Mary un tempo, soltanto che io non mi bucavo. Trovati un bravo ragazzo, mi suggeriva allora Romina un tantino seccata. No, è una storia di combinazioni sbagliate, obiettavo, no mia cara, non ci incontreremo mai, nessuno di noi, cerchiamo le cose sbagliate. Massimo non faceva che lagnarsi. Non ti credo, diceva Romina. Cosa? Levatelo di torno, ecco cosa, ribatteva con noia.

Così il treno fuggiva distratto dietro i colli di eternit. Sedevamo su negli abbaini, e guardavamo fuori, come sempre.

(continua)