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Valerio Cesari
Speaker radiofonico

Black Sabbath, la Classe del Diavolo

Non esistessero, bisognerebbe inventarli o – per meglio dire – sarebbero stati loro ad inventare noi: questa é l’essenza della musica dei Black Sabbath, la band capitanata da Ozzy Osbourne e manovrata (nell’ombra) da quel gerarca della musica che risponde al nome di Tony Iommi, un genio compreso sì ma mai abbastanza. Uno di quelli che non ha bisogno come Keith Richards di finire sui giornali perché s’è sniffato le ceneri di entrambi i genitori ma che fa comunque parlare di sè: non foss’altro perché le sue trovate chitarristiche hanno gettato ponti senza fine verso le generazioni future.

E dire che la lista di quelli che devono dire grazie ai Black Sabbath é interminabile: dai Metallica ai Megadeth, dagli Iron Maiden ai Judas Priest, passando per Opeth, Disturbed e – ancora più recentemente – System Of A Down.

La loro pagina wikipedia si apre in maniera illuminante con una citazione di Dave Navarro: “I Black Sabbath sono i Beatles dell’Heavy Metal”. Boom. Applausi.

Quando le punte delle dita di Tony Iommi rimasero per sempre intrappolate in una ruvida fresa inglese, magari pure arrugginita, il mondo del rock si é fermato per più di qualche secondo: che facciamo ora? La storia non può esser scritta diversamente.

E così, con l’aiuto di due ditali in cera, prende il via il percorso di quella che per pura ingiustizia non viene additata come la più grande band di tutti i tempi: quanti apprendisti musicisti sono passati al lato oscuro della forza premendo le dita sulla tastiera di una chitarra scimmiottando le ritmiche serrate di “Paranoid” o “Symptom Of The Universe“? Quanti hanno rinunciato a suonare bene pur di suonare come i Black Sabbath? Quante vite sono state segnate dalla musica tetra e malata del quartetto di Birmingham?

Proprio quando i Pink Floyd facevano incetta di premi e consensi con la loro poetica di ampio respiro, Ozzy Osbourne e compagni si rinchiudevano tra quattro mura mal rivestite, cantando meglio di chiunque altro l’alienazione e la perdizione poi simbolo della tanto rinomata “generazione x“. E cos’altro sarebbe potuto diventare, il buon vecchio Ozzy, se non un ladruncolo di quartiere scappato sì da casa ma non dal proprio destino: quello di un vissuto sincero quanto pieno di eccessi, come quella volta che per abbandonare una partita di golf riuscì a finire in coma a bordo di una di quelle piccole vetture che, a dir tanto, poteva raggiungere i 20 Km/h. Per non parlare di quando, recentemente, pur di dormire con una candela accesa in camera – che fa molto gothic – gli hanno preso fuoco i capelli.

Si arriva così ai giorni nostri, tra lasciate e cambi repentini di formazione che vedranno nel diabolico Iommi l’unico faro instancabile della band inglese: “13” é l’album della loro (quasi) reunion, al cui appello manca comunque il batterista Bill Ward, il primo tra loro ad aver rassegnato le dimissioni da rockstar.

Un album inconcepibile al giorno d’oggi, un monolite di puro heavy-metal al vetriolo che sembra dire, ai posteri, tanto per citare Il Marchese del Grillo: “Io sò io e voi non sete un cazzo”. Dall’introspettiva “God Is Dead?” all’acchiappante “Loner” per non parlare del fiume di bonus track (ben quattro) una più bella dell’altra: in tanti pagherebbero per poter lasciare nel cassetto pezzi come l’ultima “Pariah“, un brano di quelli che sistematicamente ti garantisce almeno un paio di punti al mese in meno di patente.

La musica non è affare per tutti, lasciatevi servire. Parola dei Black Sabbath.


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