A fine turno, quando l’alba dava spazio alla realtà e i vent’anni erano il regno dell’autoindulgenza, il signor Luigi Proietti ritornava nel buio. Con gli orari falsati, il soddisfatto sudore del giocatore d’azzardo e la voce afona di chi aveva dato fondo al repertorio: “Fidenco, Paoli, Frank Sinatra, molto jazz”. Ottanta brani a serata, l’orchestra alle sue spalle, cinquemila lire in più nella tasca, gli occhi felici e il passaporto zingaro di chi, intonando un presente incerto, aveva superato la Gibilterra del posto fisso: “Per anni ho avuto il tipico riflesso del precario a vita. La paura di non avere un reddito certo, anche ora che i problemi sono alle spalle, mi fa spegnere ancora le luci di casa”.

A novembre, con i capelli elettrici e le rughe di chi molto ha riso e altrettanto ha pensato, Gigi Proietti compirà 73 anni. Cinquanta passati ad arare un palcoscenico. Molte sorprese: “A Enna, molti anni fa, il radiomicrofono sul palco si fissò sulle frequenze della polizia e non ci fu modo di portare avanti lo spettacolo. ‘Volante 13, portarsi sul posto’. Così, per due ore”.

Esordio nel 1963, a pochi giorni dal Natale, all’Arlecchino – “proprietario, Aldo Fabrizi” – nel Can can degli italiani immaginato dal suo primo mèntore Giancarlo Cobelli: “Cabaret puro, quando il genere era ignoto e il derby di Milano era solo una partita di calcio”. Con gli attualissimi aforismi di Flaiano messi in musica: “O come è bello sentirsi profondamente intelligenti/ per il sesso sdilinquirsi/ per la donna restare indifferenti/ rispondere a ogni inchiesta/ avere sempre un’opinione/ sottoscrivere una protesta/ spiegare la situazione” e la memoria selettiva, ma refrattaria all’autocelebrazione. Poche parole. Un princìpio di minimizzazione: “A Cobelli serviva un versatile e scelse me”. Fosse stato per Gigiaccio (“era Fellini a chiamarmi così”), forse l’esistenza avrebbe raccontato le sue pagine migliori in un night. Con il microfono in mano conobbe Sagitta Alter, svedese, accompagnatrice turistica che a 16 anni lo vide esibirsi ai bordi delle piscine del Foro Italico: “Ma che me fate ricordà”. E con il microfono sarebbe rimasto, se il teatro non l’avesse rapito e conquistato per diritto naturale. “All’Università studiavo Giurisprudenza, a casa non avevo la tv e il teatro non sapevo neanche cosa fosse. Al ginnasio, con un improbabile tutù, avevamo portato in scena Il lago dei cigni”.

In tutù?
Cortissimo, legato con uno spago, una cosa tremenda. Frequentavo il liceo Augusto, sulla Tuscolana e vivevo in periferia, al Tufello. Quando a mio padre assegnarono il lotto delle case popolari, improvvisò una danza. Sembrava avessimo vinto al Totocalcio.

Ricordi?
Il quartiere non era ancora finito, ma c’era la parrocchia. Fondamentale. Magari te rubbava l’anima, ma ti restituiva una formazione oggi impensabile. Al Tufello sono tornato recentemente. È rimasto identico, ma è quel periodo a sembrarmi lontanissimo. Roma la conoscevo bene. Oggi è un altro mondo e la periferia contemporanea è indefinibile. Più cattiva, rarefatta, inafferrabile.

Reminiscenze familiari?
Romano e Giovanna, i miei genitori, erano persone semplici e a casa i soldi erano pochi. Mamma che mi consiglia di fare il giro largo per andare dal fornaio in cui non ti chiedono la tessera del pane, non me la sono più dimenticata.

Che anni erano?
Venivamo dalla guerra, ma riuscivamo a trasformare le ristrettezze in ironia. Mal comune, mezzo gaudio. Papà Romano era burbero, ma spiritoso. Dopo aver fatto il cameriere e il portiere di uno stabile, si era riciclato come uomo di fiducia e tuttofare per le aziende carbonifere italiane. Portava carichi di scarpe ai minatori col camion, una cosa pericolosa. Si sbatteva senza lamentarsi. Nell’umiltà di fondo, colorava le sue storie di un avventuroso tono salgariano.

L’avrebbe voluta laureato.
Una bandiera sul percorso della realizzazione sociale. Mi sognava sistemato, con un compenso sicuro, magari modesto: “Saranno pochi, ma è una goccia che cade tutti i mesi”. Poi andavo a cantare e in una sera, esibendomi, guadagnavo più di quanto papà non riuscisse a mettere insieme in un mese. La laurea lasciò rapidamente il posto ad altre considerazioni.

Vita d’artista.
Ero nato in Via di Sant’Eligio, una traversa di Via Giulia, la stessa strada in cui si era sposato Fregoli, ma l’idea di interpretare delle maschere, da ragazzo, non mi aveva mai sfiorato.

E nell’adolescenza?
Neanche. Suonavamo e tanto ci bastava. Per il gruppo, democraticamente, scegliemmo un nome sobrio: “Gigi e i soliti ignoti” poi mutuato ne “I ricachas”. Il resto era un girovagare confuso nei locali romani da Via Crispi alla Taverna Margutta. Uscivi da certe serate con gli occhi di fuori, la voce roca, il collo gonfio e la speranza che il trombettista ti desse il cambio almeno per qualche minuto. In quel periodo Giancarlo Co-belli, che aveva insegnato mimo al centro universitario teatrale da me frequentato, mi chiamò. Aveva bisogno di un attore che sapesse cantare e suonare. Allora era raro trovare qualcuno che sapesse fare entrambe le cose.

E il resto è storia.
Dite? Mi sembra di aver fatto di tutto. ‘na specie de ‘ndo cojo, cojo. Il teatro alto e quello dialettale, la sperimentazione e la contaminazione, il cinema e la tv. Persino un Sandokan televisivo con quel fenomeno di Gregoretti. Mi sono divertito molto, questo sì. Can can degli italiani, lo spettacolo con il quale debuttai, era raffinatissimo: i testi di Vollaro, Arbasino e Flaiano. Vi ricordate la sua battuta sul Louvre? Gli chiedono pensosi quale opera salverebbe se il museo bruciasse e lui, senza neanche riflettere: “Quella più vicina all’uscita”.

Lo ha conosciuto?
All’epoca in cui era il critico teatrale di Tempo illustrato e provocava Franco Zeffirelli alle prese con Shakespeare. “Scespirelli”, lo chiamava. Lo contattammo all’ultimo istante per Can can degli italiani. “Hai qualcosa di pronto?”. “Niente, se si escludono pochi epigrammi, ma sarebbero da musicare e voi avete le ore contate”. Presi Gli intelligenti e petto a terra, mi misi all’opera. Lo musicai in mezz’ora. Can can fu la mia “pietra emiliana”, come disse un grande produttore a una diva (ride).

Compagni di strada indimenticabili?
Certi fratelli illegittimi purtroppo se ne sono andati. Con Vittorio Gassman e Carmelo Bene passammo serate memorabili. Ci ritrovammo all’Aquila. Eravamo una setta dedita alle libagioni. Dopo una settimana, in giro, non si trovava più un goccio di vino.

Bene era straordinario?
Sì, assolutamente. In molti si rifanno a lui, ma non lo conoscono. Se osavi parlargli di sperimentazione, non discuteva. Ti dava direttamente una bastonata. Era venuto a Roma per fare il tenore, ma scoprì che non era il caso. Esagerare era parte della sua cultura barocca, del suo poetico girovagare, di un’estrazione levantina. Mi ricordo che voleva mettere in scena una pièce su San Giuseppe da Copertino, il santo che volava grazie alla sua idiozia o se preferite, alla sua ingenuità. Una volta a cena all’ennesima citazione da Schopenhauer gli chiesi: “Ma a che pagina lo dice esattamente?”. Ridemmo. Spesso quelle “citazioni” non erano che sue intuizioni forti e sublimi. Ma, giovanotti, mi accorgo di una cosa.

Quale?
Io parlo, parlo, ma poi c’entreranno tutte ‘ste chiacchiere nel giornale? Vabbè, scriverò un libro soprattutto per la mia memoria e non mi illudo possa essere collettiva. Potrei raccontare per 50 anni. È un mestiere senza fondo il mio.

Si è piaciuto?
Più dopo che prima. Sono stato di una precisione ossessiva. Gassman mi prendeva in giro: “Sei maniacale”. Studiavo i fiati ispirandomi a Charlie Parker, facevo interminabili sessioni di dizione. Riascoltandomi, nel perfezionismo eccessivo, non mi sono riconosciuto. Mi sono stato antipatico da solo.

Proietti, proprio lei? Così romano eppure esperto di dizione?
Passo per un romanoide. Un equivoco. Il dialetto l’ho scoperto tardi. Nella Tosca di Gigi Magni, ad esempio, lavorai con Fabrizi. Io facevo Cavaradossi, Aldo invece un personaggio che nell’originale neanche esisteva: il Cardinale Governatore di Roma. Cominciava dicendo: “Padre eterno, padre eterno/ ‘sto quattordici de giugno/ gira l’occhi da ‘sta parte/ fai che oggi Bonaparte/ a Marengo sbatta er grugno”.

Non male.
I dialoghi della Tosca sono un capolavoro assoluto. Feroci, esilaranti, eversivi: “Hai fatto er cielo/ hai fatto er mare/ quanno te pare sai fa pe’ tre/ a fa’ la terra c’hai indovinato/ chi cià azzeccato mejo de te?/ Hai fatto bene tutto er creato/ te sei sbajato solo con me”. A Dio, per dire, ci si rivolgeva così. Quando entrano i derelitti, mi si avvicina una suorina deforme. Parliamo: “Dove andate sorella?”. Quella, pronta, biascicando: “A ringrazia’ il Signore” e un altro, dietro: “Pure!”.

Il tempo comico è tutto?
Quando lavorai col grande Peppino De Filippo ne La bottega del caffè al Lirico di Milano, mi accorsi per la prima volta che la risata non è solo improvvisazione. È un sistema. Come nell’antica scuola del teatro popolare, i tempi dello sketch erano studiati sacralmente.

Come andò?
Peppino, durante le prove, prima di pronunciare una battuta, toccò un balconcino con un bastone. Poi venne avanti in silenzio verso la platea e la declamò. Tutti i presenti, attori e tecnici, risero. Lui chiese una pausa: io lo spiai e mi accorsi che, nel percorso dal balconcino al centro della scena, aveva contato mentalmente fino a otto.

Aveva studiato i tempi?
Aveva “fissato” la battuta, trattandola alla stregua di un tempo musicale. Poi l’esperienza mi ha insegnato un’altra cosa. Una frase che normalmente fa ridere e a un certo punto, per ragioni imperscrutabili, non fa più scattare la risata, per l’attore diventa un serio problema. Non ci dormi la notte, almeno fino a quando il pubblico non ride di nuovo. A volte passano giorni angosciosi.

Che altro le insegnò De Filippo?
Non dimenticare chi è venuto prima di noi è essenziale: ricordatevelo, giovinetti… Peppino poi era adorabile. Osservare lui e Fabrizi è stato un privilegio. Un giorno sul set di Tosca Gigi Magni si appropinqua complice e mi fa: “Oggi Aldo ce regala la botta”. Era eccitato.

Cos’era la botta?
Spiegarlo è dura. Lui faceva un’espressione con la faccia che ti commuoveva. Strabuzzava gli occhi, muoveva il volto, torceva i lineamenti. Si dirigeva da solo: “Silenzio, motore, ciak, azione”. Faceva girare un certo numero di scene e poi al direttore della fotografia, prima di smettere, faceva un cenno: “Stampi la quarta e la sesta”. E sicuramente quelle scelta da Fabrizi facevano piagne.

E Fellini?
Imprevedibile. Veniva a vedermi, guardava un pezzo di spettacolo, magari tornava il giorno dopo. Se non avesse trovato i fondi per “La città delle donne”, lo avremmo fatto al teatro tenda. Me lo propose lui, io ero tramortito: “Magari…”.

Poi il film lo fece.
Ma continuò a raccontarmi cose meravigliose. Sordi aveva un numero fisso che portava nel-l’avanspettacolo romano. L’aereo, la mucca e la gallina, che si trasformò poi nel suo primo provino al cinema. Una roba astratta, pericolosa, che in certi posti rischiava di farti tornare a casa con cicatrici non solo metaforiche. La platea non era composta da educande. Dicevi: “Vi farò la mucca” e addosso, dal pubblico, come Fellini mostrò in Roma, ti arrivava di tutto. Non sapevo, me lo rivelò proprio Sordi, che quel pezzo comico era stato esportato da lui stesso in America, ben prima di interpretare Un americano a Roma e Lo sceicco bianco. Quando urlava “the cow” e poi faceva: “Muuuu” oppure “The chicken” per proseguire il “co-co-coccodè”, veniva giù la sala. L’impresario locale voleva assoldarlo per un giro itinerante negli States solo per quel numero. Non se ne fece nulla. Quando Sordì inventò Nando Mericoni detto l’amerecano, quel personaggio era già dentro di noi.

In che senso?
Venivamo dalla Liberazione, eravamo malati di americanismo e Sordì captò questa mania. Non fece altro che riportare sullo schermo, in forma poetica, molte frasi prese dalla strada che grazie a lui divennero immortali trasformandosi in lessico giovanile. “Ammazza la vecchia”, “Ammazza che zozzeria”. “C’è un uomo nudo int’a ‘sta casa”. Parlavamo tutti così, storpiando gli accenti, in un grammelot “amerecano” da perenni colonizzati.

Il primo lampo di Sordi che le viene in mente?
In un film introvabile, Ci troviamo in galleria di Bolognini con Dapporto e Nilla Pizzi. Sordi fa una parte minuscola, al telefono. “Pronto casa Paizza?”. “Cò la ricotta e cò la pizza”. Una cosa semplice. Tecnicamente, si chiama tormentone. Esilarante. Per noi Sordi era una specie di divinità.    Il successo di Sordi nacque con Steno, il padre dei fratelli Vanzina, con cui lei lavorò in Febbre da cavallo. Steno aveva una mano lievissima. Era un grande regista che ha fatto un cinema leggero e che come altri uomini intelligenti da Monicelli a Corbucci, sapeva che c’erano attori che andavano lasciati fare. Gente a cui non puoi dire come recitare una scena. Corbucci con il principe De Curtis aveva girato sette film: mi raccontava che in Totò Peppino e la malafemmina Mastrocinque, il regista, aveva lasciato che i due si autogestissero. Nella scena della famosa lettera, Totò e Peppino andarono avanti a improvvisare per tre quarti d’ora. Animali incredibili. Straordinari.

Lei, Proietti, ha una memoria di ferro.
Non è che ricordi tutto, ne ho fatte così tante che per far bella figura basta tirarne fuori qualcuna. Forse alla buona memoria sugli episodi singoli, contribuisce il non essere precipitato nella gabbia dell’attività istituzionale. Se ti metti dentro un teatro stabile, c’è il rischio che diventi immobile.

Si sente di rappresentare qualcosa o qualcuno?
Ho fatto lo slalom, rappresento tante anime. O forse non rappresento un cazzo, non lo so. Però sono curioso (non sono stato, mi raccomando, quella è roba da lapide) e ridere mi piace. Potrei esserti amico in un minuto, ma se nun sai ride mi allontano. Chi non sa ride, mi insospettisce.

Quando le scipparono il teatro Brancaccio non le venne da ridere.
C’era un problema tra il teatro e il Comune di Roma, scadeva il contratto. Bastava rinnovare la convenzione, indire un bando, una questione poco più che burocratica. Parto per le vacanze tranquillo e una mattina, a Ponza, apro il giornale e leggo che invece, in piena estate, Maurizio Costanzo parla da neo-direttore e afferma che la stagione è stata già programmata.

Fu un dolore?
Non ho mai capito il vero motivo che mi ha costretto a lasciare. Col Brancaccio, ottomila abbonati conquistati partendo da zero in quasi sette anni di invenzioni, era amore. Ma non fu un dolore. L’arrivo di Costanzo però mi spiazzò, questo sì. Cercai di razionalizzare.

Come?
A una certa età, ricominciare da capo può essere molto faticoso. Con Costanzo, che conosco da sempre, non ho nessuna animosità. Non è che abbia fatto qualcosa di illegale. Si è dato da fare, ecco. Se aveva padrini? Lui. Se stesso. Ci fu una telefonata brusca. Forse un franco vaffanculo. Maurizio voleva porre fine alla querelle, ma aveva iniziato lui. Gli dissi che se avesse continuato a dire certe cose, gli avrei risposto per le rime.

Ora c’è il teatro Globe. Ed è sempre pieno.
L’occasione fu il centenario della donazione del-l’omonima Villa dai Borghese alla città di Roma nel 2003. Veltroni mi chiese un’idea e io proposi, invano, un Giulietta e Romeo in acqua, tra le ninfee del laghetto. Un esperimento un po’ preraffaellita, tecnicamente impraticabile. Allora rilanciai con l’ipotesi di un palco da smontare e rimontare dopo ogni estate. Uno spazio in cui i giovani potessero esibirsi e imparare. La Fondazione Toti si entusiasmò, edificò la struttura in tre mesi, la donò al Comune e quindi, eccoci qui.

Scommessa vinta.
Sta succedendo l’ira di Dio. Il teatro tiene 950 persone, ma non ne vengono mai meno di 1.100. Ogni sera, con Shakespeare in scena, siamo costretti a mandarne via a decine. Qualcosa vorrà dire.

Teatro popolare?
Teatro popolare è uno slogan vuoto che ha senso solo se lo spazio diventa davvero popolare, se la gente avverte che stai lavorando in una certa direzione e non, pardon, per farti le pippe.

Come al Teatro Tenda, con A me gli occhi please, nel 1976: migliaia di persone in fila. Almeno quello era teatro popolare?
Me volete provoca’? Quello sì, lo era, ma non abbiamo ancora capito come accadde il miracolo. Non ero così popolare e allora, per reclamizzare uno spettacolo, praticamente esistevano solo i tamburini. Stavo preparando un’Opera da tre soldi in napoletano con un famoso autore partenopeo, L’opera dei muert’ e famm’, ma la cosa andava per le lunghe. A Molfese, gestore della Tenda, era saltata una Medea con Irene Papas, aveva sei giorni di buco e si aggirava disperato mormorando: “Ch’aggi ‘a fa’?”. E così per dargli una mano proposi di replicare uno spettacolino che si chiamava A me gli occhi, già portato in scena con successo in Abruzzo nel maggio ’76. Avvertii Molfese: “Purché tu riduca i posti”. Il Tenda poteva contenere quasi 3000 persone, io sarei stato contento di averne 500. La sera della prima, mentre mi preoccupavo dei possibili vuoti e quasi rimpiangevo il titolo a cui avevo pensato: “Non c’è Mahler”, vennero da me increduli mia moglie Sagitta e Roberto Lerici: “Gigi, la fila è lunga chilometri”. Li mandai a fare in culo, poi mi affacciai. Era vero. Un delirio. Dopo qualche settimana, un massaggiatore che mi manipolava tutte le sere, mi disse la cosa più bella.

Cosa, Proietti?
A Gi’, me levi ‘na curiosità? Ma che vuordi’ pleaaaase? Non era il solo a non capire. I soloni criticarono anche la rilettura di Ne me quitte pas di Brel: “Nun me rompe er ca, tu m’hai rotto er ca…”. Le parodie si fanno sulle cose sacre e il principio vale anche per la satira. Devi puntare in alto, acchiappare quelli pesanti. La canzone era uno scherzo nato dal gusto per l’onomatopea. Implacabili, intervennero gli esperti: “Ma la canzone è bellissima, si tratta di lesa maestà!”.

Esagerati.
Lo so che è un capolavoro, lo so, ma lasciatemi divertire. Col tempo mi sono convinto che uno dei problemi nazionali siano i cosiddetti esperti. Micidiali. Giuravano: “Proietti in tv non buca”. Poi feci Il maresciallo Rocca, su Rai due e bloccammo 15 milioni di persone davanti allo schermo. Anche il cinema, in un certo senso, è stato un matrimonio imperfetto.

Ma ha lavorato con Altman, Lumet, Tavernier.
Qualcuno ha anche scommesso su di me, penso a Citti con Casotto, ma non bastò. Allora non ho insistito, ma non è che non mi sia dispiaciuto, anzi. Adesso forse è troppo tardi e non lo dico con lo stesso tono della volpe che non può arrivare all’uva, ma per me onestamente il cinema non ha lo stesso fascino e il mistero che aveva un tempo. Oggi anche un bambino può girare un’opera con un telefonino. Ho fatto tanti film, ma non ho fatto il cinema.

Rapporti con la critica?
C’era uno di Repubblica che mi stroncava regolarmente e, se non accadeva, mi stupivo. Ho protestato un paio di volte con altri, invece, ma non per me. Uno aveva detto cose orrende sulla mia compagnia. Scrisse che un’attrice si muoveva come un ippopotamo. Mi incazzai, incontrai il giornalista nel foyer dell’Argentina, je volevo mena’. Poi m’hanno calmato.

Con questa Rai ha contatti?
Ogni tanto mi chiedono di fare uno show, ma ci vuole un’idea e adesso non ce l’ho. Però interpreterò un giornalista di “nera” in pensione che ritorna sui casi irrisolti della sua professione. Il soggetto l’ha scritto il mio amico Scardamaglia, che purtroppo non c’è più. Lo produrrà suo figlio, per la regia di Luca Manfredi.

Per Mediaset ha fatto solo un film.
Una commedia scorretta sull’incontro amoroso tra una ragazza bianca e un nullatenente nero. Il modello di Indovina chi viene a cena. Berlusconi lo incontrai tanti anni fa in Via Rovani (carica l’accento brianzolo, nda): “Mi raccomando, lei è il migliore, se decide di lasciare mamma Rai ci faccia un fischio”. Però poi lui scese in campo e io, dal campo, rimasi fuori. Non ci siamo più incontrati.

I politici vengono ai suoi spettacoli?
Al momento ho un’amnistia, come diceva Rosi.

Si sforzi.
D’Alema una volta, Veltroni, Letta zio. Che i vecchi fossero un po’ meglio dei contemporanei è persino banale sostenerlo.

Nostalgie?
Non credo che il prima fosse necessariamente meglio dell’oggi e, se ho la tentazione di rimpiangere i tempi andati confondendoli con la giovinezza, la tengo a bada. Però la guerra di ieri non era misteriosa come quella di oggi. Il nemico era più identificabile. Nel 2013 il padrone non ha più un nome. Quando dicono “mercati”, c’è chi pensa ai mercati generali. In ogni caso, alla politica non ho mai chiesto niente. Più che chiedere, preferisco proporre.

E vota?
Per il Pci.

Ma non c’è più.
Ah già, che sbadato. Comunque in generale i politici odierni, pur essendo onnipresenti, invadenti e parecchio pesanti, riescono a essere contemporaneamente lontani, lontani, lontani. Uno Stato nello Stato. È come se Montecitorio fosse diventato San Marino, o Città del Vaticano. Non so mai chi sta in Italia, se loro o io. Ogni tanto, dallo Stato in cui si trovano, arrivano parole come “costituzionale” e frasi esemplari che andrebbero studiate.

Esempi?
“Se non si fa così, non si va da nessuna parte”. Oppure: “Non bisogna abbassare la guardia”. E allora nun l’abbassa’! Perché me lo dici a me? Il confine fra tragico e comico non è mai stato labile come in questo periodo. Ormai se sento uno che dice “bisogna”, da un occhio me vie’ da ride e dall’altro me vie’ da piagne. È un riflesso automatico che unisco da sempre al lampo mistico. All’immediata riscoperta della religione, come dicevo in Leggero leggero: “Signore, preservami dai contenuti, salvami dal significato, fùlminami all’istante qualora fossi preso dalla tentazione del messaggio”.

Spread è una parolaccia, come dice Villaggio?
Non sono così naïf, non odio gli anglismi e alle parole presto grande attenzione. Mi piace studiarne l’etimo, anche se allo stato cosa voglia veramente “democratico” non lo so più. Non è che certe parole abbiano perso significato, il problema è che ne hanno acquisiti troppi. Quando, raramente, ci si ricorda di citare il “popolo sovrano”, non so perché, ma me viene sempre in mente er popolo cojone risparmiato dar cannone di Trilussa. Passava da qualunquista. Alcuni intellettuali dicevano che era un piccolo borghese. Borghese di sicuro, ma doveva essere un borghese molto acuto. Troppi sottovalutati, che peccato.

da Il Fatto Quotidiano del 4 agosto 2013