Se un Parlamento dedito al malaffare non avesse trasformato la tradizionale prigione a pane e acqua in un “tana libera tutti”; oggi non staremmo a discutere degli anni di interdizione che si merita un presidente del Consiglio che ha depredato il Paese per circa venti anni, fregandogli alla fine, tra annualità prescritte e no, più o meno mezzo miliardo di euro. Quello che conta dovrebbero essere i 4 anni di cella che gli toccano. Ma si sa, 3 anni sono vanificati dall’indulto del 2006 e uno lo passerà affidato in prova ai servizi sociali (non ci sono parole…) o agli arresti domiciliari in una delle sue regali ville. Così parliamo almeno degli anni in cui, per via dell’interdizione, potremmo levarcelo dai piedi. La complicità della classe politica con i delinquenti in genere e con gli evasori fiscali in particolare trasformò, nel 2000, una legge che doveva essere un’arma di distruzione di massa dell’evasione in uno strumento di impunità. Ne ho parlato più volte: io scrissi (con altri valenti esperti) il testo originario, il Parlamento lo distrusse sapientemente. Quello che ne saltò fuori, fu un sistema chiuso che non poteva essere integrato con le norme di diritto penale comune, anche quando il trattamento di favore assicurato agli evasori gridava vendetta. Forte era la tentazione di utilizzare la truffa, l’appropriazione indebita, il peculato e altri reati comuni per processare quelli che la legge penale tributaria graziava.

Per esempio, una dichiarazione infedele inferiore a 100 mila euro di imposta evasa non era considerata reato; che vergogna! E se lo processassimo per truffa ai danni dello Stato (art. 640, 2° comma codice penale)? Non si può. Omesso versamento Iva; per molti anni non è stato previsto come reato; ma potremmo processarli per appropriazione indebita (646 codice penale), l’Iva da versare non è loro, sono soldi dello Stato! Non si può. Le norme speciali prevalgono su quelle generali.

Ora capita che l’art. 12 della Legge 74/2000 (la sciagurata figlia di chi scrive) prevede una interdizione specifica per i reati fiscali: da 1 a 3 anni. Mentre l’art. 29 del codice penale la prevede, per tutti i reati puniti nel minimo con più di 3 anni, per 5 anni (misura fissa). Dunque la norma penale tributaria è un po’ più severa per i reati meno gravi e molto meno severa per i reati più gravi. Perché sia così non si sa: c’entrano probabilmente il desiderio di non gravare troppo i grossi evasori e l’opportunità di dimostrare, vessando i piccoli, che non si facevano sconti a nessuno. Sia come sia, il sistema penale tributario è un sistema chiuso; la norma generale non si può applicare.

La Corte d’Appello ci ha provato e ha fatto un ragionamento molto intelligente: “Non c’è ragione di trattare più favorevolmente i reati fiscali rispetto a quelli comuni posto che la stessa legge penale tributaria li considera così gravi da prevedere l’interdizione anche per quelli puniti con pene lievi”. A me pare che non stia in piedi; ma oggi vedremo cosa deciderà la Cassazione.

Quello che, per i poveri cittadini italiani, è grave è che, se avessi ragione io (e il procuratore generale e le difese di Berlusconi), questo tornerebbe in circolazione in tempo per fare altri danni. A questo punto non c’è che sperare che la Corte applichi bene l’art. 37 del codice: quando la durata dell’interdizione non è espressamente determinata, essa è eguale a quella della pena detentiva. E siccome a Berlusconi sono stati ficcati 4 anni, e anche se la legge penale tributaria prevede una forbice – per l’interdizione – tra 1 e 3 anni, Berlusconi dovrebbe essere interdetto per il periodo massimo previsto, 3 anni appunto.

Ma come, non era un sistema chiuso? Non si dovevano applicare solo le norme previste dalla legge e non quelle comuni previste dal codice? Sì, certo, quando entrambi, codice e legge penale tributaria, prevedono disposizioni sulle stesse circostanze. Ma quando nulla è previsto nella legge speciale, si deve applicare quella generale; dunque il codice penale.

E proprio perché l’interdizione che tocca a Berlusconi è fissa, non discrezionale (3 anni, si è detto), non c’è bisogno di un nuovo processo. La Corte corregge l’errore di diritto (legge penale tributaria e non codice penale) e ridetermina la durata dell’interdizione. E Berlusconi conclude la sua ingloriosa carriera.

Così dovrebbe andare. Ma, sapete com’è, se il diritto fosse semplice basterebbe un computer. Invece servono i giudici che, quando assolvono Berlusconi sono brave persone e quando lo condannano persecutori comunisti.

il Fatto Quotidiano, 1 Agosto 2013