E’ fortissima l’attesa per la sentenza della Corte di Cassazione sulla vicenda della presunta violazione fiscale verificatasi in seno al gruppo Mediaset e che avrebbe coinvolto, come suo principale ideatore, Silvio Berlusconi.

Più di ogni altra volta è acerrimo il contrasto tra coloro che vedono finalmente giungere in Cassazione una vicenda penale del capo del PdL e coloro che ritengono che si tratti dell’ennesimo tentativo di golpe politico-giudiziario per sbarazzarsi del competitor elettorale più pericoloso per la sinistra.

Le soluzioni possono essere tre: l’annullamento radicale delle decisioni del Tribunale e della Corte di Appello di Milano (che hanno condannato il principale imputato con lettura contestuale della motivazione, fatto quasi unico nella storia processuale italiana, se si escludono le vicende di arresto in flagranza), la conferma della suddetta condanna ed il rinvio per un nuovo giudizio di appello che rivaluti, più correttamente, alcuni aspetti della decisione.

Inutile dire che, qualsiasi sia la decisione del massimo organo giurisdizionale italiano, più o meno la metà dell’opinione pubblica resterà scontenta e riterrà la decisione sia “politica”, intendendo con questa accezione l’idea che sia dettata da ragioni extra-giuridiche. E’ impossibile pensare che coloro che sono dissenzienti rispetto all’esito del processo possano accettare il verdetto fidando nel fatto che sia il frutto esclusivo del rispetto delle regole di diritto.

Da giurista ed avvocato avrei il dovere di mettere i lettori in guardia: pensatela come volete, ma sappiate che i giudici si attengono sempre alle regole di diritto e l’errore, sempre possibile, è dovuto alla sola circostanza che il processo è in grado di fotografare solamente una parte della vicenda (quella riferibile alle prove raccolte) e la “verità vera” potrebbe annidarsi altrove. Ma di questo, ovviamente, non può farsi carico l’amministrazione della giustizia che giudica sulla base di quello che ha a disposizione (sempre nel rispetto delle regole processuali di logica).

Il dramma del processo penale invece, e a dispetto di quanto si dice in giro, non sta in mancanze normative congenite alla sua struttura ma risiede nelle distorsioni del giudizio che, non raramente, portano gli operatori del diritto ad interpretare la prova e travalicare le regole di logica.

E questo accade a prescindere dai riflessi politici delle vicende trattate. Un esempio? Forse tra i più clamorosi? La strage di Erba. In quella vicenda non vi erano certamente interessi extragiuridici di alcun tipo; eppure i tre gradi di giudizio hanno visto condannare gli imputati sulla base di confessioni del tutto incongruenti e quasi mai aderenti agli accertamenti oggettivi, sulla base del ricordo di una delle vittime (sopravvissuta) modificatosi nel tempo (e tale modificazione non è stata valutata dal giudicante in base a riscontri oggettivi che avrebbero offerto una chiave di lettura che non avrebbe attributito alla volontà del deponente tale radicale modificazione) ed infine sulla base di una traccia genetica che la Cassazione non ha mancato di definire (letteralmente) “un fatto storico”, quando non esiste documentazione alcuna circa la sua esistenza sul luogo del ritrovamento.

Gli operanti hanno dichiarato di averla rinvenuta sull’auto di uno dei condannati ma non è mai stata neppure fotografata. Ed allora il punto è questo: il diritto è, prima di tutto, rispetto delle regole e non già assicurazione del colpevole alla giustizia o tutela della vittima od ancora garanzia processuale per l’imputato sottoposto a processo.

Queste esigenze sono (tutte) assicurate solamente se la decisione è un’operazione chirurgica eseguita secondo le regole di scienza. Solamente in questo caso le decisioni possono meritare quel rispetto (etico) che va ben oltre il rispetto dell’esecuzione delle sue statuizioni.

Ciò vale per Berlusconi o qualsiasi altro imputato. Finchè il cittadino non avrà questa certezza si schiererà secondo schemi da bar sport.