La sentenza sul processo Mediaset non è ancora uscita. Tanta parte dei media e della politica è alacremente impegnata a prevenire il “peggio”, diffondendo la teoria del complotto ordito dalle toghe rosse. Peccato che, in questa specifica sentenza, non ci sia ombra di toga rossa, neppure rosa e neppure una delle infinite sfumature similari.

Questa volta il giudizio è affidato alle toghe nere della Cassazione, ma vedrete che, in caso di condanna, gli scopriranno un parente comunista, inquadreranno un calzino rosso, risaliranno al quinto grado del l’albero genealogico. Al di là della sentenza, anzi qualunque essa sarà, un dato è ormai acclarato: Berlusconi continuava ad occuparsi delle sue tv e dei suoi affari anche dalle stanze di palazzo Chigi.
Questo si chiama conflitto di interessi ed è sanzionato persino dalla quasi inesistente legge Frattini.

In questi anni le Autorità di garanzia del settore hanno fatto finta di non vedere e di non sapere, pur di non sfiorare il cavaliere, altro che persecuzione!
Non solo, ma l’argomento forte usato nelle diverse giunte per le elezioni è stato proprio quello di fingere l’estraneità di Berlusconi alla gestione dei suoi affari. In altre parole la ineleggibilità ed il conflitto di interessi furono trasferiti dalle sue spalle a quelle di Confalonieri.
Due tribunali prima, la stessa Cassazione ora, hanno ridicolizzato questa tesi.

Tra qualche giorno il Senato dovrà decidere sulla ineleggibilità, poi, forse, persino sulla interdizione. Condanna o non condanna, questa volta c’è la prova provata che il capo-azienda era ed è Berlusconi, in aperta violazione della legge. La disperata necessità di tenere in vita il Governo porterà anche alla abrogazione delle sentenze, quelle già depositate, e della Cassazione?