E’ tornata a parlare Sabrina De Sousa, l’ex agente della Cia membro della cellula di Milano coinvolta nel rapimento di Abu Omar. Dopo aver raccontato il 27 luglio la sua versione dei fatti al sito di giornalismo investigativo statunitense McClatchydc.com, la donna (tra le 23 persone condannate in Italia per il caso: 5 gli anni di carcere in primo grado che le ha inflitto il Tribunale di Milano, saliti a 7 in appello) ha rilasciato un’intervista a La Stampa, in cui chiede la grazia a Giorgio Napolitano, ricostruisce i rapporti di forza che all’epoca dei fatti intercorrevano tra il Sismi e la Central Intelligence Agency e ripercorre le tappe che portarono alla extraordinary rendition dell’ex imam del capoluogo lombardo e al suo trasferimento in Egitto, la sera del 17 febbraio 2003. Ma tra le due versioni non mancano le incongruenze.

Abu Omar era tenuto sotto controllo perché membro di un’organizzazione islamica considerata terroristica in Occidente, ma non esistevano le condizioni per arrestarlo, racconta la donna al quotidiano torinese, perché l’imam “non era in grado di portare minacce imminenti alla sicurezza”. “La Digos lo teneva sotto controllo e le autorità italiane non avevano intenzione di arrestarlo”. Ma nell’intervista a McClatchy, pubblicata lo scorso sabato, De Sousa aveva detto una cosa diversa: aveva spiegato che “in una prima fase il Sismi partecipò alla pianificazione della rendition (tanto che la donna faceva da interprete tra gli uomini del Sismi e gli agenti inviati in Italia dagli Usa appositamente per pianificare l’operazione, ndr), sebbene in un secondo momento si fosse rifiutato di prendere parte all’operazione”. Se è vero che i Servizi segreti militari avevano partecipato alla messa a punto del piano, a rigor di logica almeno per un periodo di tempo avevano avuto l’intenzione di partecipare alla rendition.

Un’altra incongruenza: alla Stampa De Sousa racconta che la giustizia italiana “ci ha perseguito e condannato nonostante fossimo tutti coperti dall’immunità” diplomatica. Completamente diversa la versione fornita da McClatchy, secondo cui De Sousa “insiste sul fatto di aver avuto i requisiti per l’immunità diplomatica come secondo segretario accreditato all’ambasciata Usa di Roma”, ma l’amministrazione Bush “ignorò la sua richiesta di immunità”. “De Sousa – scrive McClatchy – più tardi venne a sapere che Condoleeza Rice, divenuta Segreatrio di Stato, aveva provato a conferirle l’immunità, ma ‘la Cia si oppose perché così facendo avrebbe ammesso implicitamente che la rendition aveva avuto luogo’, racconta De Sousa”. Non solo: la donna – si legge qualche riga più in basso – “ha anche intentato una causa contro la Cia, il Dipartimento di Stato e la Clinton per assicurarsi l’immunità ma l’ha persa”. Quindi l’immunità la De Sousa sembra proprio non averla.