Pubblichiamo il testo integrale dell’articolo di Ottavia Massimo uscito in forma tagliata sul Fatto Quotidiano di domenica 28 luglio 2013

Ogni volta che lo squillo del telefono annuncia una chiamata da un numero sconosciuto, spero che la voce sia di quell’anima fiera e persa con cui piansi lacrime attonite. Chiama dalle cabine telefoniche. Non ho idea di dove le trovi, non mi sembra ce ne siano più, in giro. Il telefono fa rumori strani più del solito, quando mi chiama lei. Cara mamma non si preoccupi, su quella lista ci sono anch’io. Un giorno mi ha ringraziata scusandosi di non aver ancora contribuito alla raccolta per i medicinali da portare in Siria. Era il 21 giugno. Tre giorni dopo la morte di suo figlio Giuliano.

Eva si aggirava con la sua ombra tra le vie di Antiochia, gli occhi spalancati nello stupore della vita. La prima volta ci incontrammo a Kilis. Entrai nella hall dell’albergo, vidi una donna molto magra seduta su una poltrona. Tremava, portava dei grandissimi occhiali anni settanta, i capelli lisci raccolti in una piccola coda, la bocca increspata. Mi ricordò il fervore di quegli anni di espressione artistica di cui sempre chiedo, ghiotta di storie. Poco prima mi dissero che una signora italiana cercava qualcuno. La guardai, mi guardò. Era sola. Pensai fosse lei, sorrisi, distolse lo sguardo, non mi presentai. Forse ero stanca, non percettiva, non volli sentire l’odore della disperazione, forse. Quella volta a Kilis c’eravamo tutti e tre. Tre sconosciuti. Eva era dura. Forte e fragile come una madre consapevole. Divorata dal terrore, accendeva e spegneva sigarette al ritmo dei tremori alternati di mani e collo. Non le finiva, le spegneva quasi tutte a metà. Cercavamo una soluzione che non vedevo e le dissi che non poteva fare altro che aspettare, ché i musulmani non ignorano il dolore di una madre. La madre è l’unica cosa che sta sopra Allah, nella gerarchia dei valori familiari e sociali. La seconda volta che parlai con tua madre, erano passati circa due mesi dal nostro primo incontro, quattro dall’inizio della tua missione. Eri ancora vivo, c’erano prove concrete. Era aprile. La guerra in Siria stava raggiungendo livelli di perversione inimmaginabili. L’attenzione ormai era rivolta al modo in cui ci si ammazzava, non al numero dei morti. Eva continuava a ripetere: “Ti rendi conto, l’ho accompagnato all’aeroporto, l’ho accompagnato a morire. Era già stato in Turchia, pensavo partisse per un altro pellegrinaggio, avrei dovuto capire. Prima di salutarci, stese il suo tappeto per pregare, tra le fila dei check in. Tremava come una foglia. Li mandano sul fronte come carne da macello. Ti rendi conto.. l’ho accompagnato a morire”. E’ vero. La vita in Siria conta meno della morte. Ma tua madre non sapeva nulla dell’Islam. Se eri ancora vivo dopo quattro mesi di battaglie, significava che combattenti e comandanti ti volevano bene. Mi raccontava che ogni tanto le scrivevi di quanto fossi felice, di quanto avessi finalmente trovato la tua strada. Ti capivo, l’amore dell’Islam è un mantello di carezze.

Non osai contraddirla, tua madre, quando mi disse che facevi parte dei Mujahedin, lei credeva fosse il nome di una qatiba, una squadra – non capisci niente, si chiama così – “Eva, credo si riferisca all’intero gruppo, movimento di stranieri che combattono in Siria per la Jihad, la guerra santa in nome di Allah”. Studiava tutto, provava a rispondere in maniera vaga ma si sentiva che da tempo viveva la gente dei confini. Non ho mai visto un amore grande come quello di Eva. Ma cosa ne sanno tutti di cosa significhi combattere al fianco di una popolazione che ha la condivisione nel sangue Ibrahim, cosa ne sanno di quanta dedizione hai sudato per arrivare a scegliere di morire nella dimensione più perversa e dolorosa della terra. Il vero Islam ti scalda come un sole e come il sole sei solo. Accecato dal riflesso delle tue apparenze criticate dal mondo intero che parla soltanto delle tue ombre e i messaggeri si vendono al denaro non consci dei muri di odio che costruiscono. Che ne sanno qui della colazione con lo Zather, in silenzio, gli occhi socchiusi, il pane tra le dita mentre la guerra ti esplode intorno e sorridi perché è buonissimo e se morissi tra un secondo andrebbe bene perché sei felice.

Ti credevo quando dicevi che in Siria accadono miracoli, i Martiri profumano e gli aerei vengono abbattuti con le preghiere. L’Islam abbracciò la mia vita come una mamma stringe a se un figlio appena nato. Mi ero quasi convinta che saresti sopravvissuto. Ti aspettavo anch’io, non vedevo l’ora di ascoltarti, ero certa che prima o poi ci saremmo incontrati per raccontarci di quanto amare e morire fossero in realtà la stessa cosa. Sentivo attraverso tua madre, un dolore grande, sordo e pregno di quel silenzio che conosco e che nasce dal coraggio di percepire. Ibrahim Giuliano, qui credono che l’Islam sia vestirsi di bombe per farsi esplodere in mezzo a una folla.

Hai scelto di combattere in nome di un Dio che ti imponeva di uccidere o morire. Sei stato più coraggioso di me. Gli assassini che chiamo guerrieri sono il mio scudo. Mi illudo di costruire ponti ma sono viva perché qualcuno ammazza e muore al posto mio. Credevo anch’io nella rivoluzione. In Siria entrai il primo marzo del 2012. Due settimane prima dell’anniversario della rivolta iniziata a Daraa il 15 marzo 2011. Nonostante a Homs fossero appena morti Marie Colvin e Remi Ochlik, il governo degli Assad sosteneva ancora che i filmati e le notizie ufficiali diffuse dai media internazionali circa la Siria fossero propaganda e in realtà scaramucce irrisorie tra militari e terroristi. Provai ad entrare ufficialmente, il 10 febbraio. Proprio perché il governo dichiarava che in Siria tutto procedeva regolarmente, alla frontiera si poteva chiedere un visto turistico. Infilai il passaporto sotto lo sportello trasparente, il guardiano lo aprì, mi guardò, bagnò il timbro, iniziò a sfogliarlo. Si fermò ad osservare il visto della Libia, chiamò un collega, mi fece segno di seguirlo. Nella stanza c’era una signora bionda, alta, russa. Non parlava mai, sedeva con aria provocante ma nei modi era scontrosa e fuggiva gli sguardi. Mi interrogarono. Raccontai le verità più opportune. Un ufficiale mi porse un foglio da compilare, il collega lo fermò dicendo di chiamare Damasco. Decisero che non sarei entrata. E’ bizzarra la sensazione di quando ti è vietato vedere qualcosa che ti chiama e chi ti allontana dalla verità è al potere e orgoglioso di nascondere l’orrore di un genocidio. Aspettai ventitré giorni prima di entrare. Illegalmente, a piedi, tra le montagne, mangiando neve. I carri armati pattugliavano strade e foreste, c’erano spie dappertutto, era una dimensione in cui ogni istante era scandito dal guizzo di un’emozione mossa dalla paura. Entrai per capire quali livelli di perversione l’essere umano è capace di raggiungere. Quando all’opposizione c’erano fucili da caccia senza munizioni. I bambini morivano colpiti dai cecchini al tramonto. Il giovedì si scavavano fosse tra le altalene dei parco giochi. Ci si preparava per le manifestazioni del venerdì. I cimiteri erano pieni.

Si stanno delineando i fronti. Nei modi più disparati, l’Unione Europea manda in crisi per armare i paesi membri dell’alleanza, le guerre islamiche esplodono nel nostro mare e come un’onda di buio le dinamiche individuali o tradizioni e culture proprie dell’interpretazione islamica più feroce, stanno arrivando nere di rabbia, umiliazione e desideri bruciati. Si salverà chi non teme percezione. In Libia e in Siria, chiunque abbia vissuto il sangue che ancora le avvolge, dice che mai avrebbe pensato che il proprio popolo sarebbe volto alla guerra. Anche in Italia, dicono così. Probabilmente Bashar al Assad è stato un ottimo presidente prima dell’anno 2011. Poi si è convinto di dover annientare chiunque la pensasse diversamente e la forza sproporzionata con cui ha tentato di zittire chi si è permesso di criticare i padroni del paese, non poteva che provocare un livello di rabbia così intenso e insopportabile da esplodere oltre i confini a raccontare di quel senso di ingiustizia che è lo specchio del futuro e che conduce alla lotta. La guerra è vendetta. Quando dovrai improvvisamente scegliere, sacrificherai chi ti ha fatto del male. D’un tratto le parole costruiranno muri o alleanze. Attraverso i ricordi, deciderai chi uccidere e imparerai a capire chi ti vuole ammazzare. Non saprai più in chi poter confidare, nonostante l’orrore stia annientando il tuo paese, la vita continua, tra le dinamiche di sempre, amplificate dal terrore di morire. Una mattina ad Aleppo, cercavamo quattro bambini tra le macerie di un palazzo appena bombardato, la ruspa affondava il braccio tra scorci di vita e passeggini. Uscì Muna, quattro anni, tutina rosa, gli occhi socchiusi, la sorpresa della morte che ancora non sai di temere. Io piangevo. Con una mano tenevo la telecamera, con l’altra aiutavo la gente a salire sulle macerie, le lacrime scendevano lente silenziose e regolari. Gli uomini urlavano aggredendo l’obiettivo – Dove siete M u s u l m a n i ? Scavavano con le nocche insanguinate, tra i calcinacci e gli oggetti della vita che in un istante diventa passato, continui a scavare, tra le lamiere della cucina, la foto di tua figlia che sta sotto le macerie, continui a scavare perché forse è viva e quando la trovi, si alza un grido disperato – ALLAH AKBAAAR, anche se è morta.

Avrei voluto conoscerti per chiederti come stesse il cuore e per quanto tempo ancora saresti riuscito a zittire la coscienza. Vidi una foto di te. Ventitré anni. Avevi gli occhi da guerriero e saggi come quelli di un bambino. Mi innamorai di quello sguardo, del dolore di tua madre che ti cercava tra i confini e le salme dei martiri, mentre eri al centro dell’odio, tra quei combattenti che non vengono pagati per uccidere e morire e che si sentono invincibili perché nella canna del fucile di chi li vuole ammazzare, vedono il Paradiso. Ti cercai tra i fronti per portarti le pene di una donna sconvolta dal frastuono dei sensi di colpa. Volevo dirti che Allah utilizza strumenti più potenti delle armi. Che uccidere serve a poco perché gli stessi nemici troverai nell’inferno di una dimensione ancora più buia. Pregavo Dio di perdonarti. Osservavo le aure degli amici cecchini, bucarsi o sbiadire come il sangue rappreso delle loro vittime. Più uccidi, meno la tua coscienza sarà percettiva. La protezione dell’aura è più o meno effettiva in base al livello di percezione e conseguente coerenza delle proprie azioni. Se uccidi, morirai ammazzato.

Credetti nella rivoluzione finché la vita mi ricordò che la coscienza non perdona frivolezze. Quel giorno, il sole pareva ammiccare, beffardo come il sorriso di chi ti osserva mentre ti sta per sparare. Mi incamminai verso il campo di ulivi, le lacrime scendevano in bocca salate a soffocare l’amarezza di un’illusione tradita. Sentivo ancora la canna del kalashnikov premere sulla tempia. La guancia bruciare e il cuore battere nel cervello a scandire pensieri di morte. Spara! Allah tutto vede, forza sparami! Si parlava di Islam. Un amico mi colpì in faccia, provai odio e sgomento. Dissi una parola di troppo. Eravamo in quattro, fui salvata dal comandante che veloce afferrò il fucile e ordinò al mio esecutore di sedersi in macchina, davanti. Finalmente arrivammo sul confine turco. Salutai abbozzando un sorriso. Il piccolo rivolo di acqua da saltare era la fogna del campo dei rifugiati di Atma. Mi raggiunsero due ragazzi siriani sui sedici anni, uno era armato di un fucile da caccia. Camminavamo in silenzio, lo sguardo a terra, l’aria calda gonfiava vene e pupille. Qualcuno fischiò. Dai cespugli uscì un soldato e ci invitò a seguirlo in una zona nascosta del campo. Svuotammo le borse una per una. Provai a spiegargli che ero un’attivista, portavo medicine in zone della Siria in cui non arrivavano. Tirai fuori il passaporto, lo prese senza sfogliarlo. Non parlava che turco. Aprì il borsone con le maschere antigas, mi guardò incuriosito e sorrise. Passò allo zaino. Si mise in tasca due torce e un coltello. Perquisì i ragazzi. Poi toccò a me. Facilitai il compito aprendo le tasche della giacca. Iniziò a frugare, toccandomi il seno. Passò alle tasche inferiori e mi infilò una mano tra le gambe. Feci un balzo indietro, dissi – Lutfen eh! Per favore! Si portò il dito alla bocca – shhhhh! disse, indicando la strada lontana duecento metri. Tirai fuori le tasche dai pantaloni e con la rabbia che mi scoppiava negli occhi dissi – shuf, ma fi shei! Guarda, non c’è niente! Si avvicinò e fece cenno di girarmi. Alzò la giacca. La lunga maglia. La maglietta. Si appoggiò con il bacino, le mani sui fianchi, la voce nel collo – sh h h h. Si scostò. Sentii le dita scorrere sulla cinta. Si appoggiò di nuovo, infilò una mano ad afferrare le mutande, l’altra a tirare giù i pantaloni. Sentii i pensieri arrendersi in un vuoto senza speranza. Mi apparvero all’improvviso, immagini di donne siriane. Silenziose, indifese, terrorizzate. Splendide e senza documenti. Feci un balzo in avanti e iniziai a urlare. I due ragazzini mi invitarono a tacere. Urlai più forte. Presi le borse, mi incamminai verso la strada. Il soldato mi richiamò, non mi girai. Caricò il fucile, ordinò qualcosa, mi voltai con gli occhi gonfi di odio e disprezzo. Si avvicinò, allungò la mano. Mi misi la destra sul petto. Si avvicinò ancora, con il braccio teso. Allungai la mano, me la strinse, sorrise, disse – Tamam? Tutto a posto? Risposi tamam e me ne andai.

Mi sento piccola per raccontare il dolore siriano. Osservo una guerra che esplode e come un’ombra si allarga in relazione al livello di percezione o indifferenza che il resto del mondo rivela. Vedo la gente ammazzarsi sapendo di combattere un nemico sconosciuto e lontano dal sangue di cui si nutre. Respiro un’ingiustizia che nasce dall’umiliazione, muta in vendetta ed è così simile alla mia rabbia, le storie del mio paese, così uguali ai racconti degli amici siriani che descrivono la vita prima della guerra. Li ascolto pensando di parlare con i fratelli italiani. Chiudo gli occhi, immagino di essere a Roma. E’ venerdì, squilla il telefono: “ciao. Ti devo dire una cosa. Oggi alla manifestazione è esploso un mortaio, Marco e Cristina sono in ospedale. Francesco ha provato a soccorrerli. Gli hanno sparato. E’ morto. Marco ha perso un piede, Cristina un braccio”. Osservo chi con me piangeva l’assenza di giustizia, nutrirsi ora del denaro insanguinato cui si è venduto. Piango il tempo in cui eravamo in tanti a pensare di poter trasformare il dolore. I cecchini di oggi, il futuro di ieri. Ragazzi universitari, lavoratori o perditempo, erano i volontari dei primi ospedali da campo. La parola libertà si infilava tra i discorsi e i pensieri come l’ossessione di un desiderio irrinunciabile. Piango quella libertà che era utopia. Di sogni si vive di illusioni si muore.

di Ottavia Massimo – www.ottaviamassimo.com