Il reato di finanziamento illecito ai partiti fu davvero lo strumento della procura di Milano guidata da Francesco Saverio Borrelli per affossare la Prima Repubblica? Il quesito naturalmente è retorico ma questa tesi è certamente uno dei capisaldi della propaganda berlusconiana nel momento in cui si tenta, con la complicità di una parte del Pd, di demolire la Costituzione Italiana per farne carta straccia e ridurla a progetto piduista di gelliana memoria. Qualche giorno fa Carlo Giovanardi, democristiano, esponente di secondo piano della Prima Repubblica, già noto per le sue posizioni vomitevoli sui gay, a Radio 24 tentava di far passare questa tesi: il reato di finanziamento illecito ai partiti servì alla magistratura milanese per radere al suolo la Prima Repubblica e tutto sommato è un reato di cui potremmo fare a meno.

Non si sa se sia la memoria corta o la malafede ma certamente le cose non stanno così. Se si guarda all’esperienza di Mani Pulite con gli occhi scevri dalla propaganda berlusconiana, accecata dall’idea della persecuzione giudiziaria, si scopre che nella gran parte dei casi giudiziari che fecero esplodere tangentopoli, dietro ill reato di finanziamento illecito ai partiti si nascondevano i reati di corruzione e di concussione. Saranno gli storici a spiegare cosa è stata l’inchiesta Mani Pulite ma sicuramente si può dire che il grande merito della magistratura fu quello di scoperchiare un patto, consumato a suon di tangenti tra alcuni grandi gruppi privati italiani come Fiat Impresit, Cogefar, gruppo Ligresti, Lodigiani, gruppo Pesenti, Eni, Enel, Montedison e i prinicipali partiti della Prima Repubblica. Per dirla più semplicemente i gruppi industriali finanziavano i partiti non come generosi sostenitori della loro attività, come avviene ad esempio negli Stati Uniti, ma per avere in cambio commesse miliardarie nel settore dell’edilizia e delle infrastrutture come ad esempio la Metropolitana Milanese, le autostrade o gli aeroporti. Questo patto corruttivo tra pubblico e privato, creò tra l’altro un oligopolio trasversale che soffocò il tanto osannato libero mercato. L’esempio più eloquente di questo patto del diavolo fu il caso Enimont, dove la corruzione dilagò come un fiume in piena e coinvolse tutto il sistema dei partiti e dell’establishment economico e finanziario. Far finta di dimenticare che dietro il finanziamento illecito ai partiti ci fosse tutto ciò, ovvero il più gigantesco caso di corruzione del dopoguerra, è davvero segno di malafede. Ma d’altronde la malafede sembra ormai diventato un valore guida della politica italiana.