Ancora due mesi per continuare a sperare. E poi un vero e proprio dramma sociale potrebbe investire Piombino e affossare l’economia della Val di Cornia, con conseguenze non solo per quella zona – all’estremo sud della provincia di Livorno – ma per l’intera Toscana. Lo storico stabilimento che produce acciaio da oltre cento anni – secondo a livello nazionale solo all’Ilva di Taranto –, rischia infatti seriamente di chiudere i battenti. E di lasciare quindi senza un lavoro circa 4mila persone (se si considera anche l’indotto). Il cuore dell’economia di un intero territorio sta per smettere di pulsare. E qui, in un centro di appena 35mila abitanti, lo scenario paventato per la città di Taranto diventerebbe certamente realtà: se chiude l’acciaieria, chiude Piombino.

Da sempre, come racconta realisticamente la scrittrice Silvia Avallone nel suo romanzo di successo Acciaio (in cui le vite dei personaggi descritti ruotano, volenti o nolenti, attorno al polo siderurgico di Piombino), quella fabbrica era considerata dai piombinesi (e non solo) la garanzia di un posto di lavoro stabile. “Finita la scuola andrò in fabbrica (…) è un lavoro sicuro”. Quella certezza però da alcuni anni è ormai svanita. La crisi finanziaria che ha colpito l’acciaieria di Piombino (un tempo, come l’Ilva, di proprietà dello Stato) già nel 2003, quando ancora era guidata dalla famiglia Lucchini, non è mai cessata. Anzi, nonostante il piano di ristrutturazione operato dall’allora commissario Enrico Bondi (sempre lui) e l’acquisizione da parte della Severstal, il colosso russo dell’acciaio di proprietà del magnate Aleksej Mordašov, si è perfino acuita. D’altronde un vero piano industriale per la sua Fabbrica, Piombino non lo vede da decenni. E anche la proprietà russa dopo pochi anni ha annunciato il proprio disimpegno, lasciando di fatto il controllo della ex Lucchini ad una cordata di banche (Mps, Intesa Sanpaolo, Bpm, Unicredit, Bnl-Bnp Paribas, CariFirenze, Credito bergamasco, Banco popolare e Natixis), affinché si trovasse al più presto un acquirente. Ma fino ad ora nessuno sembra essere seriamente interessato a rilevare l’altra Ilva.

Lo scorso dicembre il ministero dello Sviluppo Economico ha accolto la richiesta della proprietà e delle banche di essere ammessi all’amministrazione straordinaria. E a Piombino, per tentare di risanare l’azienda è arrivato, nelle vesti di commissario, Piero Nardi (già ad del gruppo Lucchini e direttore generale dell’Ilva). In 7 mesi poco e nulla però si è potuto fare: “L’azienda è giunta stremata all’amministrazione straordinaria e con limitate possibilità di intervento” , ha sottolineato il commissario nel corso dell’ incontro, tenutosi al ministero, con i sindacati e il sindaco di Piombino Gianni Anselmi. I soldi sono terminati. Il patrimonio, stimato ad ottobre 2008 in 970 milioni di euro, è stato azzerato. Non si possono più nemmeno acquistare le materie prime per mandare avanti la produzione e neanche effettuare i lavori di manutenzione dell’altoforno. A questo punto, vista la mancanza di acquirenti dell’intero ciclo produttivo, una delle strade percorribili, per il commissario Nardi, sarebbe la vendita “spezzatino”. Qualcuno infatti ha manifestato l’interesse per singoli settori dell’azienda. Ma questa ipotesi decreterebbe la fine del polo. E comunque a perdere il lavoro sarebbero circa 800 persone. Ancor più drammatico sarebbe lo spegnimento dell’altoforno, che nessuno invece è disposto ad accollarsi. Il cuore dell’acciaieria, in cui viene fusa la ghisa (processo alla base delle produzione dell’acciaio), come ha fatto intendere Nardi, potrebbe fermarsi già il 30 settembre. Ed entro febbraio poi tutto lo stabilimento. Ergo tutti a casa.

“Un atto irresponsabile” per la Fiom. La soluzione, per cercare di prendere tempo in attesa di un compratore, disposto a prendere tutto il pacchetto, secondo le tute blu della Cgil, è una sola: sinergia con l’Ilva. I lavori di qualificazione, sotto l’aspetto ambientale, dell’area a caldo di Taranto comporteranno infatti inevitabilmente la riduzione della produzione. Ed è qui che entrerebbe in gioco Piombino, producendo bramme di acciaio per l’Ilva. Un’eventualità che il governo, come svelato dal sottosegretario allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, starebbe vagliando. Adesso urge però un intervento. Anche perché “difendere la Lucchini – sottolinea il vice presidente del Senato, Valeria Fedeli – vuol dire non solo difendere l’intera economia piombinese, ma anche un settore strategico per l’intero Paese”. Senza Piombino e con i noti problemi dell’Ilva, l’Italia potrebbe infatti perdere la produzione di acciaio.