Aumentiamo il prezzo dei nostri giornali perché, tra l’altro, l’informazione online ci fa concorrenza sleale. È questa la sintesi del pezzo con il quale, ieri, Il secolo XIX ha annunciato la propria decisione di aumentare il proprio prezzo di copertina, puntando l’indice contro i motori di ricerca accusati di essere parassiti della proprietà intellettuale degli editori dei giornali di carta e contro “una pletora di siti di informazione, molti dei quali operano senza nessuna garanzia di indipendenza e credibilità, violando tutte le norme contrattuali e sfruttando il lavoro in nero di tantissimi giovani“.

È un’autentica aggressione verbale gratuita, una caduta di stile, una violazione grave di ogni più elementare regola deontologica, un esempio di tutto quello che non dovrebbe mai leggersi sulle pagine di un giornale e che un giornalista non dovrebbe mai scrivere. Il numero di lettori dei quotidiani di carta è in caduta libera come ha ricordato il mese scorso Giulio Anselmi, Presidente della Fieg, e i lettori, ormai, tendono a cercare alternative ai giornali di carta non solo per aggiornarsi ma anche per approfondire questioni di particolare interesse, segno evidente che non si fidano più così tanto di quelli che ieri erano i contenitori per eccellenza delle informazioni e delle opinioni di qualità.

Sono fatti incontestati ed incontestabili. Ma le colpe e le responsabilità di questo ineluttabile fenomeno di semplice e naturale cambiamento di piattaforma mediatica non sono dell’informazione online contro la quale il quotidiano ligure si scaglia con inescusabile violenza e superficialità. Le responsabilità – se così possono chiamarsi le cause di un fenomeno assolutamente naturale – sono dei tempi, del progresso, dell’evoluzione dei media e dei fruitori di contenuti. Senza contare che, almeno talvolta, i giornali di carta avrebbero potuto – e forse potrebbero – far meglio e di più per dimostrare di produrre informazione di qualità ed indipendenza.

Ma il punto non è questo. Ciò che colpisce e che merita una risposta ferma ed inequivoca nelle parole pubblicate da Il Secolo XIX è l’ingannevolezza imperdonabile del messaggio che si è preteso di far arrivare ai propri lettori, un messaggio che mira a giustificare un aumento dei prezzi del giornale di carta – peraltro inutile e non risolutivo ma destinato solo a prolungare un’agonia dal decorso inesorabile in assenza di cure migliori e meglio ponderate – con le colpe delle politiche predatorie dei motori di ricerca e con la slealtà di molti – una “pletora” addirittura – prodotti di informazione online. Un autentico zibaldone di inesattezze ed imprecisioni che si confondono in un’alchimia velenosa e corrosiva di offese gratuite, generalizzate, diffamatorie all’indirizzo di un’intera categoria.

Ha dell’incredibile che si sia preteso di puntare l’indice contro la scarsa qualità ed indipendenza dell’informazione online in un pezzo che è un caso di scuola di mala-informazione, di assenza totale di indipendenza – siamo davanti ad un editore che prova a tirare acqua al suo mulino aggredendo i prodotti altrui – e, soprattutto, di assenza totale di qualità. Accusare di concorrenza sleale qualcuno mentre si pone in essere la condotta di concorrenza sleale per eccellenza, denigrando i prodotti dei concorrenti è un’operazione tragicomica.

Così come prendersela con l’assenza di qualità dell’informazione online mentre si infarcisce un pezzo di così tante castronerie e lo si condisce di affermazioni semplicemente diffamatorie perché non c’è dubbio che dire che molti appartenenti ad una categoria impiegano lavoratori in nero o producono informazione non indipendente è un’affermazione diffamatoria contro la quale, in difetto di scuse e di una pronta rettifica, i rappresentanti di tale categoria farebbero bene a chiedere giustizia.

Qualche rettifica rispetto a quanto scritto dal quotidiano ligure sembra d’obbligo.

È, innanzitutto, evidente che non esiste nessuna responsabilità dei motori di ricerca e degli aggregatori di news nella crisi dei giornali di carta. I motori di ricerca indicizzano e aggregano contenuti che sono pubblicati in digitale nelle versioni online dei grandi giornali di carta per scelta imprenditoriale degli stessi editori i quali, d’altra parte, possono, in ogni momento, altrettanto liberamente, scegliere di non lasciarsi indicizzare o aggregare.

Che gli editori non abbiano ancora trovato un modello di business alternativo a quello – ammesso che fosse un modello di business virtuoso e di successo – utilizzato fino a ieri, raccogliendo pubblicità a caro prezzo, contributi e sovvenzioni pubblici e soldi dai lettori è un discorso completamente diverso. Un discorso che, probabilmente, dovrebbe spingere gli editori a fare autocritica, a studiare meglio il fenomeno e, soprattutto, a riflettere su alcuni aspetti che, in molti casi, rendevano artificiosamente dopato il “mercato editoriale” di ieri.

Quei numeri – quelli veri e quelli gonfiati – sono, oggi, evidentemente irripetibili ma la causa è da ricercarsi semplicemente nella circostanza che la torta di ieri, oggi, deve essere ripartita tra centinaia di migliaia di attori che ieri non c’erano perché la publicitá associata all’informazione oggi corre lungo un’infinitá di rivoli diversi e, questo, naturalmente, crea maggiore concorrenza e ne diminuisce il valore nonostante le resistenze dei grandi player della raccolta pubblicitaria, legati, peraltro, a doppio filo agli editori di carta.

Un’altra rettifica, infine, la meritano i rimproveri che Il Secolo XIX indirizza a molti editori di carta: poca qualità, scarsa indipendenza e sfruttamento del lavoro giornalistico. È l’indice dei maggiori peccati capitali di chi produce informazioni. Ma come si fa a dire che i peccatori siano solo – o anche principalmente – tra gli editori digitali? Le “marchette”, la pubblicità redazionale, lo stato di dipendenza rispetto agli investitori pubblicitari ed ai poteri economici e politici, lo sfruttamento vergognoso di giornalisti ed aspiranti giornalisti, hanno germogliato e poi messo radici profonde proprio nei giornali di carta ed avranno poi, certamente – sarebbe ipocrita negarlo – contaminato anche frange dell’editoria online.

È uno scontro senza senso e fuori dal tempo quello tra informazione di carta e informazione online. L’informazione è una soltanto – a prescindere dal mezzo e dalla forma attraverso la quale viene distribuita – e non è una merce o un prodotto come gli altri che possa essere ridotto ad un fenomeno di mercato, oggetto di conquista da parte di questo o quel concorrente.

L’informazione è la linfa vitale della nostra democrazia.

(Nota di indipendenza: sono il legale dell’ANSO – Associazione nazionale stampa online)