La polacca Jolka mangiava alla mensa della Caritas, era un giorno d’estate di qualche anno fa. Di solito pranzavano in silenzio i polacchi, a volte finiva a botte però, ma vi ho già detto; a volte qualcuno finiva steso per terra, attorcigliato come un serpente, soffrivano quasi tutti di epilessia da etilismo. Si trattava di povera gente, quanta eloquenza nel riconoscerli tali e in fondo non vederli sul serio, fregarsene veramente, dovevo ammetterlo. La mia era soltanto una complicità funzionale, se si può dire, dovevo scrivere i miei pezzi, pregni di retorica, arrivai a odiare il mio collaudato barocchismo.

Tornai al tempio prevedibilmente. Speravo di incontrare un compagno di liceo o Dario, quello che suonava il piano e poi invece si faceva di eroina. Dario poteva finire in manicomio. Non che esistessero ancora, rischiava il ricovero coatto. Me lo disse il cavaliere errante, non chiedetemi il suo nome. Il cavaliere errante parlava sempre di equazioni da chiudere, giustificava tutti alla stessa maniera. Ma se quello si fa, cioè si droga, ma cosa cacchio c’entra tutto il resto? Mi fregiai di un’ignoranza spavalda, la mia ottusità serviva spesso all’occasione, era da servire su un piatto, suvvia. Tu sai chi sei? Chiese il cavaliere col suo sorriso calmo. Io sono una che scrive, dissi. Tu sei Veronica, disse lui. Veronica, veronica, il tuo nome, ricordalo, disse.

Sedevo sulla panca, al tempio. Il cavaliere era poco più in là. Via, urlai. La maga passò allora, un tizio mi fece segno, con un dito sulla tempia, come per dire: sei pazza. Il cavaliere tolse lo sguardo, era indulgente, mi faceva incazzare di più. Mi prese per le spalle, un giorno, “Veronica: asciuga il volto del Cristo”. Tu lo hai fatto. Macché. Tu non sai di quale egoismo nutri in corpo, quanta superbia. E il mio risentimento? Lascia stare, amico, te l’ho già detto. Per favore.

(continua)