La Bielorussia cerca fortuna grazie alla Cina. Il governo sta lavorando a un enorme complesso industriale a due passi dall’aeroporto di Minsk che dovrebbe attrarre cospicui investimenti cinesi in quella che a Bruxelles viene chiamata “l’ultima dittatura d’Europa”. Nelle speranze del regime di Alyaksandr Lukashenko, presidente del Paese dal lontano 1994, questo distretto dovrebbe aiutare a risollevare le cupe sorti dell’economia bielorussa.

Tra Europa e Russia, la Bielorussia ha fatto la sua scelta già anni fa. La pesante situazione su diritti umani e democrazia interna è costata nel tempo a Minsk pesanti sanzioni da parte dell’Ue, nella cui lista nera figurano, oltre il presidente Lukashenko, più di 200 funzionari statali (divieto di espatrio e congelamento dei beni). Il Paese si trova annoverato nell’elenco delle dittature stilato anche dagli Stati Uniti d’America.

Oggi la Bielorussia, la cui economia è da allarme rosso anche in seguito all’isolamento internazionale a cui Lukashenko ha condannato il Paese, spera di attrarre qualche investitore straniero (a Minsk merce davvero rara) grazie a un progetto da 5 miliardi di dollari portato avanti con qualche partner cinese. Nelle intenzioni del governo, questo distretto industriale dovrebbe attrarre investimenti da oltre confine (solo 1,3 miliardi di euro nel 2012) che non siano esclusivamente russi, gli unici ad oggi ad avere relazioni commerciali con il regime. “Questo progetto costituisce la soluzione al problema, aumenterà la nostra stabilità finanziaria”, ha dichiarato Lukashenko all’agenzia Belta.

Proprio lui che, secondo Bruxelles e Washington, rappresenta invece il problema maggiore della Bielorussia. Il regime autoritario che ha instaurato dal 1994 e consolidato dopo la repressione violenta dell’opposizione alle ultime elezioni del 2010, è costato al Paese severe sanzioni e il quasi totale isolamento internazionale, almeno da parte del mondo occidentale. Lukashenko si è distinto sul palcoscenico internazionale anche per dichiarazioni omofobe come “meglio essere dittatori che gay” e “posso perdonare le donne lesbiche, ma non perdonerò mai un uomo gay, perché una donna diventa lesbica solo se l’uomo è debole”. Ma il presidente bielorusso alle parole fa seguire anche i fatti. Solo pochi giorni fa è stata liberata Iryna Khalip, giornalista e moglie di un leader dell’opposizione, imprigionata per ben due anni all’indomani delle passate elezioni nazionali.

Ma gli affari sono affari. Anche Lukashenka si è reso conto che la Bielorussia da sola può ben poco. Visto il muro di Ue e Usa di fronte ai soprusi del suo regime e conscio che l’aiuto dei russi da solo non può bastare (il Paese è stato salvato dal collasso da un prestito di Mosca di 3 miliardi di dollari nel 2011), si è recato personalmente a Pechino per firmare con le autorità cinesi un accordo per progetti da 1,5 miliardi di dollari. Nel contratto si legge, tra le altre cose, che i due Paesi “lamentano l’interferenza di Paesi terzi nei loro affari interni” e “sostengono il diritto di ogni Paese a decidere il proprio percorso di sviluppo dei diritti umani”.

Se il potere diplomatico di Bruxelles è praticamente zero, sarà invece interessante a questo punto vedere quale sarà la reazione di Mosca. “Se la Bielorussia decide di assemblare automobili cinesi, la questione deve essere discussa anche con la Russia dal momento che non abbiamo alcuna intenzione di lasciar soffrire la nostra industria automobilistica”, ha detto Alexander Surikov, ambasciatore russo a Minsk. Nel frattempo le speranze europee poggiano sulle spalle della piccola Lituania, Paese che detiene la Presidenza di turno dell’Unione europea fino a fine anno. Negli ultimi tempi c’è stato infatti un tentativo di riprendere le relazioni politiche ed economiche tra i due Paesi, ma il compito si profila tutt’altro che facile.

@AlessioPisano