Cari ragazzi,
avrei voluto avere il tempo per salutarvi da vicino, com’è giusto che sia, alla fine di un’esperienza come quella che abbiamo appena vissuto. Casa Caponnetto è anche casa mia, da quando l’ho lasciata ancora di più. Corleone mi manca, mi sento il cuore in gola e gli occhi lucidi, ogni volta che la mente ne attraversa i luoghi, i profumi, le strade tortuose.

Mi mancano il sorriso di Franco e le sue inflessioni dialettali, simili al mio amato idioma calabrese, la sua dolce compagna tanto gentile e affettuosa, le chiacchierate con Salvatore, i racconti di Calogero, gli occhi attenti di Gino che ci guidava nel lavoro dei campi.

Mi manca quella sensazione tremenda, incontrollabile ed inspiegabile, il brivido lungo la schiena e sulla pelle, che non riesco ancora a comprendere ogni volta che incrociavo i luoghi della memoria, simbolo della lotta alla mafia, ogni volta che si citavano i morti ammazzati, persone coraggiose che in questo nostro Paese diventano eroi sempre troppo tardi.

Mi manca anche la terra, il lavoro nei campi, perché in questo nostro “gioco” mattutino appariva più concreto l’aiuto ed il sostegno alla cooperativa “Lavoro e non solo”. Più reale di tante belle parole di affetto e solidarietà, che chi lotta per gli ideali di giustizia si è abituato a sentire e probabilmente a pesare…

Quando sono arrivato a Casa Caponnetto, non ero preparato sul programma dei campi, io e i miei compagni di viaggio avevamo letto il regolamento che ci era stato inviato e qualche altra informazione presa su internet. Sono “abbastanza” felice, mi uscì dalla bocca nella mia presentazione, tra l’ilarità generale (perché “abbastanza” aveva seguito la frase “sono sposato da quasi tre anni”) della squadra di giovani venuti dal resto d’Italia a condividere questa esperienza con noi. Una platea, per me che ci dovrei essere abituato ormai, che stranamente mi intimoriva… Nonostante gli anni di “formazione sul campo” nella Cgil, la mia timidezza ed il mio essere introverso qualche volta si fanno sentire più del solito. Per questo, forse, non siamo riusciti a costruire un legame tra di noi, lasciando tutto a qualche sorriso gentile, qualche battuta o gesto.

Questo dimostra che si può rimanere soli, anche quando si è in tanti, se ognuno non prova a contaminarsi reciprocamente. Mi è parso lampante quando, rientrato a casa, ho letto il diario del campo di domenica. La nostra partenza improvvisa per il lutto che ha colpito un nostro compagno di viaggio è stata descritta come “alcuni disagi iniziali…” che hanno finito per ritardare l’avvio di una piacevole giornata di mare.

Penso alla solitudine che provano ogni giorno i soci della cooperativa e penso alla frase sul diario, “alcuni disagi” e sento il vuoto dentro. Penso che si può vivere accanto agli altri ma rimanere soli… penso a Placido Rizzotto, a Caponnetto, a Falcone e Borsellino; penso a Calogero, a Franco, a Salvatore, a Gino, a Tonino ed agli altri della cooperativa “Lavoro e non solo” che non ho conosciuto.
Soli, in un Paese indifferente, che non vuole guardare o che preferisce chiudere gli occhi, o che vede e si gira dall’altra parte. La gente crede che la mafia non c’è più perché Riina e Provenzano stanno in carcere ed invece li incontri ogni giorno per strada, sai dove abitano e loro sanno di te. Soli in una casa grande, piena di ragazzi, dalla quale passano gli ex proprietari e ti domandi a cosa penseranno a vedere che “casa loro” è diventata, grazie alla cooperativa, “cosa nostra”. Soli tra la gente indifferente che ti dice “ma finché si ammazzano tra di loro, lasciali fare” e non vuol capire che se si ammazzano tra di loro è per giocarsi il nostro futuro e la nostra Terra.

Penso alla paura, alle preoccupazioni ed ai momenti di sconforto, ai “chi me lo ha fatto fare?”, all’Italia che non merita questi figli belli e coraggiosi. Penso alla tristezza. Quella che si tocca forte e cupa nei quadri della Casa della Legalità e della memoria, bene confiscato alla famiglia Provenzano. Quella negli occhi di Idrees che cercano un volto amico per lenire tutto il male che la vita e gli uomini gli hanno procurato.

Penso al 19 luglio, alla notte in cui non riuscivo a prendere sonno perché assillato da quella domanda: sono felice?

Sono felice, si, sono felice…

Sono felice perché quella notte a Corleone ho scoperto che mi sono innamorato ancora una volta, come ogni giorno, di Antonella, mia moglie, la mia compagna di vita, perché è grazie a lei che guardo avanti anche quando tutto sembra andare male, quando lo sconforto per le cose storte di questo mondo prende il sopravvento oscurando i sogni e le passioni. Sono felice di essere stato accanto a voi. Sono felice perché sarò un sindacalista migliore, quindi più utile agli altri, dopo Corleone. Sono felice perché non ho dubbi sul fatto che vale la pena di continuare a lottare, senza tanti fronzoli o “pippe mentali”, quando in gioco ci sono i tuoi sogni e quelli degli altri. Sono felice perché so che Franco, Calogero, Gino, Salvatore non molleranno, nonostante tutto. Sono felice perché questa esperienza mi ha ricordato cosa la vita mi ha insegnato quando Rodolfo, mio cugino, è morto in un incidente stradale a soli 17 anni. Bisogna lottare ed essere felici, difendere la propria felicità ed i propri sogni, fino a quando non ti rubano il fiato, perché non contano gli anni che ti porti appresso ma conta la vita e quello che riesci a cavarne.

Sono felice perché quella notte a Corleone mi sentivo il cuore gonfio, spalancato, gli occhi aperti ed ho pianto…

Anche a me (come nel film su Placido Rizzoto) è stato insegnato a tenere gli occhi aperti. Lo ha fatto un muratore, salutandomi alla fine di un’assemblea: sei bravo a parlare, ma se non mi guardi negli occhi mentre lo fai io non ti credo. In quel momento ho capito che le persone possono rendere il mondo più bello grazie alla semplicità e all’umiltà, che per arricchirsi e crescere non bastano solo i libri di scuola o le proprie esperienze ma bisogna ascoltare gli altri e contaminarsi. Ed è questo che ancora oggi mi muove e mi rende orgoglioso, per avere il privilegio di servire la CGIL ed i lavoratori. Ed è questo che mi è successo a Corleone, grazie a voi, mi sono arricchito ancora una volta.

Non ho mai compreso del perché l’informazione riserva il dolore alla povera gente (i lutti, le tragedie, gli incidenti, le morti) e la felicità ai nobili o alle persone “famose” (matrimoni, nascite, compleanni). Credo sia una descrizione falsata della felicità e della vita, ne sono convinto dopo avervi incontrato. Ho capito che c’è un piccolo esercito, fatto di persone semplici, che con il loro straordinario coraggio fanno sì che il nostro mondo sia un posto migliore dove è possibile vivere felici. Oggi so che quel posto non ha un indirizzo e un numero civico, ma che fa parte di noi, per questo va difeso, custodito, arricchito, protetto, per rendere felici gli altri e, di conseguenza, se stessi; come succede ogni giorno alla cooperativa “Lavoro e non solo”…

Grazie, di cuore
Giuseppe Valentino

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