Papa Francesco Brasile @GiuseppeBizzarriRio de Janeiro – “Cadê o Papa”, dov’è il Papa, si sono detti molti brasiliani giovedì, quando Francesco, il pontefice, ha dato la messa sulla spiaggia di Copacabana, dove circa 865 mila pellegrini sono giunti percorrendo infiniti corridoi transennati che impedivano a chiunque di camminare dove volesse. Molti di loro non sono riusciti a vederlo nemmeno sui megaschermi.

Già, la sicurezza. In nome della sicurezza, la libertà è sempre più limitata. I carioca lo sanno molto bene. Negli ultimi anni, il Dio “transenna”, le regole, hanno limitato sempre più il cammino della gente. “Lei seca”, “Choque de Ordem” e tante altre espressioni usate dalla prefettura per portare ordine tra i carioca. Se il comune di Rio ha preferito transennare i pellegrini, non lo fa nei “Carnavais” e nei réveillon di Copacabana, quando un milione di brasiliani portano a Iemanjá le proprie offerte per augurarsi pace, amore e prosperità. I corridoi di ferro non ci sono, perché non servono. I brasiliani hanno un innato senso dello spazio e dello sballo che non li fa esplodere, anzi li unisce.

Sicurezza. Una parola che è quasi un tabù da nominare. Le transenne di Eduardo Paes, il sindaco di Rio e del governatore, Sérgio Cabral, ormai odiati simboli della protesta carioca che gironzola intorno al Papa, servirebbero a proteggere i pellegrini, ma a vederli così spremuti e passare male non si direbbe. Le barriere servono a proteggere soprattutto il Papa, anche se lui se ne va in giro in auto, con il vetro abbassato. Chiaro, nessuno riesce a immaginare cosa potrebbe accadere al governo Rousseff se succedesse qualcosa di strano al Papa sudamericano in visita per la prima volta in America Latina. Meglio mettere quindi le transenne ha pensato Paes, il sindaco di Rio, ma anche il carioca Cabral, l’odiato governatore che si è pure inginocchiato al porteño Bergoglio, il pontefice venuto nella sua città, creando un incubo nella sua vita; proprio dopo la Confederations Cup che ha fatto da stoppino alla rivolta dei brasiliani, i quali non ne possono più di pagare tasse per costruire stadi alla Fifa e mega tour a Papa Francesco.

Visita Papa Brasile @GiuseppeBizzarriRousseff teme che la rivolta intorno ai pellegrini possa colpire anche lui, il primo gesuita divenuto papa. Ma l’ex guerrigliera Dilma dovrebbe preoccuparsi più di chi le sta attorno, soprattutto della polizia militare che si comporta nelle manifestazioni e nelle favelas come i militari che ha combattuto durante il regime militare. Dov’è il Papa?”. Era come se migliaia di persone dicessero a Copacabana, “Dov’è Willy?”, il personaggio da scovare nei disegni.

Migliaia di fedeli, spremuti dalle transenne, non riuscivano a capire, dove si trovasse il pontefice nella peccatrice Copacabana, divenuta “santa” per l’occasione. Molti pellegrini erano furibondi. Si sentivano esclusi soprattutto quando vedevano schiere di vescovi e cardinali accedere negli stretti e sorvegliati varchi che davano accesso all’esclusivo circo mediatico di un nuovo cattolicesimo che vorrebbe portare la Chiesa più vicina alla gente. Ma le transenne erano anche a Varginha, nella favela che i carioca chiamano Striscia di Gaza, dove il Papa ha fatto uno seducente discorso sociale, quello contro il consumismo e “l’effimera cultura dello scarto”, parole che lasciano pensare ancora di più, quando si vedono frotte di pellegrini spendere tanto denaro nel lussuoso shopping Rio Sul. “Where is the Pope”, se lo sono chiesto anche i gringo, molti dei quali non sono riusciti ad arrivare in tempo a Copacabana, giacché il trasporto pubblico privatizzato ha avuto seri problemi di funzionamento. “Dov’è il Papa?”. Già, dove era. Chi lo sapeva, non riusciva a dirlo nemmeno al cellulare, perché il 3G, incluso quello della Tim, non funzionava. E’ sempre così, soprattutto quando serve usarlo per inviare un Tweet al giornale. Se non sono i militari a tagliare la rete, a farlo sono le compagnie telefoniche che non riescono a garantire i servizi che promettono alla gente, perché non investono nell’infrastruttura della rete. Non lo fanno perché inviano il lucro alle loro sedi in crisi all’estero o, forse, neanche là, ma nel mercato finanziario, dove si guadagna senza investire nella vita reale.