Eccomi di nuovo qui a tentare di spiegare la mia idea di politica, a leggere le vostre critiche. Magari non ve ne frega nulla. La verità? Mi siete mancati. E allora l’altro giorno ho mandato una mail ai gestori dei blog del Fatto con una domanda secca: “Dopo tanto tempo, mi avete cancellato?”. La decisione se riprendere o no l’ho affidata, un po’ codardamente, a una risposta che è arrivata immediatamente, gentilissima: “No di certo. Scrivi quando vuoi”.

E allora rieccomi qui a cercare di riprendere i fili di un discorso pubblico che ho interrotto a fine 2012. Sembra un secolo fa, tanto che mi rendo conto di dovere, anche, modificare la mia biografia di presentazione. Approfitto di questo “primo” post per farlo molto brevemente. Ero stufo di essere catalogato secondo etichette (intellettuale di destra, finiano, montiano), nelle quali non riuscivo mai davvero a identificarmi. Ed ero stufo di fare di professione il pontificatore e il grillo parlante di una classe politica che tanto, magari giustamente, non ascoltava. Così ho deciso, tra mille dubbi e pochissime certezze, tra mille freni e poche esortazioni, di passare dall’altra parte della barricata, di candidarmi sindaco di Viterbo, la mia città. E’ andata molto bene anche se il sogno non si è avverato: più del dodici per cento in una città di 60mila abitanti non è poca cosa. Una campagna elettorale tutta fondata sulla cultura come una risorsa di crescita economica. Al ballottaggio abbiamo deciso di non rimanere alla finestra e di appoggiare il centro-sinistra in una città governata da venti anni dalla destra berlusconiana. Abbiamo vinto.

Oggi sono il presidente del Consiglio comunale e “Viva Viterbo”, il movimento che ho contribuito a fondare insieme a tanti amici, ha espresso l’assessore alla Cultura, Turismo e Grandi Eventi. Una grande soddisfazione. E una grande responsabilità. E’ da questo punto di vista per me tutto nuovo che proverò a raccontarvi la mia idea di quel che serve all’Italia per diventare un “paese normale”, per diventare un paese in cui la politica, finalmente, non sia palla al piede della società civile.

Perché, nonostante tutto, io credo ancora che la politica possa diventare una bella cosa, uno strumento di crescita culturale ed economica. Ma per fare questo deve conquistare il coraggio della decisione, deve cominciare ad avere il coraggio di porre prime pietre di nuove costruzioni. Ma per costruire bisogna – come canta Niccolò Fabi – “saper rinunciare alla perfezione”. Ecco, “saper rinunciare alla perfezione”, il nodo italiano, forse, è proprio qui: saper decidere senza l’illusione delle perfezione, senza la scusa di qualsiasi dogma ideologico, senza aspettare di raggiungere un’impossibile certezza. E’ forse anche per questo che ho deciso di sporcarmi le mani con le cose da fare. E’ molto più faticoso ma, spero, molto più produttivo.

Alla prossima.