Stefano Fassina è il “giovane turco” rapidamente invecchiato e in permanente carriera, che ricopre la carica di viceministro dell’Economia nell’attuale governo delle “inconfessabili intese” Letta jr.-Alfano. Tipico prodotto di una classe politica in cui si passa dalla condizione giovanile a quella di veterano senza conoscere mai la fase della maturità, coltiva tutte le furberie del generone politico nostrano. Compresa quella di spacciarsi per ragazzino di belle speranze avvicinandosi alla cinquantina.

Insomma, un concentrato tossico di politica politicante, quale ascensore per l’acquisizione personale di uno status elevato che lo ripulisca nell’intimo da quella patina borgatara che esibisce come credenziale “di sinistra”. Ciò detto, confesso di aver provato un naturale moto di solidarietà nei suoi confronti a fronte della canea delle anime belle, ai birignao sdegnati dei commentatori con le labbra a cul di gallina, quando è circolata la sua dichiarazione irrituale formulata nella sede di Confcommercio: «esiste anche un’evasione da disperazione». Certo che sì.

Come basta e avanza la dimostrazione fornita dall’elenco di piccoli imprenditori, pensionati ed altra fauna di ceto medio che in questi anni si sono suicidati per la vergogna di non poter far fronte ai propri impegni. E il passo precedente alla scelta di togliersi la vita è proprio quello di non onorare le obbligazioni. Di certo accelerativo della terribile “soluzione finale” consumata a livello individuale. Mentre gli impoverimenti dilagano e la perdita di status sociale diventa trauma sconvolgente. Casi da capire e affrontare con umana pietà.

Che certo non aleggiava ieri sera nel salotto televisivo de la 7, nell’untuoso “politicamente corretto” del padrone di casa Luca Telese e di qualche suo ospite. Certamente è di sinistra (o – più semplicemente – un principio di civiltà democratica) affermare l’importanza dei processi redistributivi attraverso il prelievo fiscale per il rafforzamento della coesione sociale (sviliti dal becerume di Destra con l’orrida formula del “mettere le mani nelle tasche dei cittadini”).

Certamente la promozione della cittadinanza richiede l’offerta adeguata di beni pubblici e la tutela dello Stato sociale, finanziati dalla tassazione (da difendere dalle strategie sovversive della Destra che mettono sotto attacco le conquiste da New Deal anemizzando il Welfare). Tutto giusto. Ma le anime belle che praticano la religione del luogo comune sinsistrese, vogliose di farci vedere come siano collocate nella linea giusta biascicando il catechismo del perfetto conformista alternativo, nella loro sostanziale indifferenza ai problemi reali dimenticano che la questione è un’altra.

E la questione è che si sta sparando nel mucchio. Un’ingiustizia bella e buona, uguale e contraria al reato di non fare il proprio civico dovere contributivo. La questione prende il nome di “keynesismo privatizzato”, l’ultima vague della politica economica mondiale. La nuova ricetta per uscire dalla crisi. Se il keynesismo originale curava la depressione economica con il “deficit-spending”, ossia con l’investimento pubblico in funzione anticiclica; l’odierna trovata consiste sempre nel fare debiti anticrisi, soltanto che la novità è quella di metterli a carico dei ceti deboli tramite impoverimenti e precarizzazioni. In questo scenario di lotta di classe degli abbienti contro i non abbienti, impostare l’analisi secondo rigidi schematismi formal/moralistici significa lavorare per il re di Prussia del “keynesismo privatizzato”.

Magari pontificando da intransigenti proprio perché si hanno “i piedi al caldo”. Sdegnandosi con Fassina proprio quella volta che non ha parlato da membro della corporazione trasversale del potere, che non ha detto cose da politicante conformista. E che una volta tanto (ma solo per questa volta) va difeso dai suoi critici e dalla loro ipocrisia.