La prefettura di Roma è stata condannata dal giudice di pace a pagare le spese processuali ad Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazki Muktar Ablyazov, rimpatriata con la figlia di sei anni dopo un’operazione di polizia in pratica gestita dalla “intrusiva” diplomazia kazaka. “Questo significa che indirettamente si riconosce l’illegittimità del decreto di espulsione”, sostiene Vincenzo Cerulli Irelli, uno dei legali della signora Alma. Ieri il ministro degli Esteri Emma Bonino aveva spiegato che la Farnesina era stata chiamata a fatti già avvenuti e che la priorità è la tutela della signora e della piccola. E sempre ieri erano emersi dubbi sull’autenticità sull’autenticità del passaporto centrafricano

Intanto ”la revoca dell’espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia ha di fatto cancellato i presupposti per valutare un’eventuale illegittimità del provvedimento. Per il giudice di pace è cessata la materia del contendere”: la decisione del giudice è stata riferita dai legali della donna al termine dell’udienza. Il giudice però di fatto non ha accolto l’istanza presentata dalla difesa della donna: l’avvocato Riccardo Olivo chiedeva l’illegittimità del provvedimento di espulsione. Il blitz degli agenti di polizia nella villa di Casal Palocco (Roma) avvenne la notte tra il 28 e 29 maggio scorso. 

”Secondo noi la materia del contendere non è cessata, perché la revoca dell’espulsione di Alma Shalabayeva è stata fatta in una certa data e non copre tutte le illegittimità pregresse” hanno detto i legali di Alma Shalabayeva. “Nonostante la nostra richiesta, il giudice ha valutato che invece non ci sarebbero i presupposti per valutare l’illegittimità dell’espulsione precedente alla sua revoca – spiegano gli avvocato Vincenzo Cerulli Irelli e Riccardo Olivo – Secondo noi, invece, l’espulsione ha comunque portato ad una serie di conseguenze. Per noi il provvedimento originario, quindi, resta in piedi”.