La questione non appassionerà gli adoratori della forca. In realtà fatica ad appassionare anche il sottoscritto se non fosse che il Ministero della Giustizia di un paese dalle carceri disastrate fa di tutto per disastrarle ancora di più.

Per farla breve, in ossequio alla legge Gozzini e alla Costituzione (non noccioline) era stata istituito una area trattamentale nelle carceri tra cui spiccavano i c.d. Esperti (fondamentalmente psicologi e criminologi). Compito di questi esperti era quello di affiancare e coadiuvare le varie equipe composte da educatori e assistenti sociali, interne ed esterne al carcere, articolare un pensiero clinico sui singoli casi e relazionare i Tribunali di Sorveglianza in merito alle richieste dei detenuti di accedere ai benefici che la legge (Gozzini) concede loro. Trattare (termine orrendo ma questo è) i detenuti con lunghe pene per imprimere una accelerazione rispetto alla rivisitazione delle proprie condotte.

I migliori tra gli esperti, in seguito, hanno importato esperienze europee e americane nelle nostre carceri declinando il trattamento del detenuto in maniera sempre più strutturata. A titolo di esempio cito ciò che sta facendo il criminologo Paolo Giulini presso il carcere di Bollate con i detenuti per reati sessuali.

Cosa accade oggi? Pare che il Ministero non gradisca più che gli esperti stiano in un carcere per un tempo superiore ai 4 anni? Perché? Perché, fondamentalmente, teme ragioni para sindacali che un bel dì gli impongano l’assunzione di 500 esperti.

Da qui la protesta dell’Ordine degli psicologi (i criminologi non hanno nemmeno un ordine e meno male aggiungo ), giusta nel denunciare questa assurdità ma sbagliata nelle motivazioni. Perché i timori del Ministero sono assai fondati posto che le prime avvisaglie di contenziosi gius lavoristici hanno dato ragione a chi li ha promossi.

Assurdo il limite di 4 anni che imporrebbe ad un professionista come Giulini di abbandonare una esperienza tanto ricca quanto unica. Bizzarra l’idea dell’Ordine per cui un libero professionista si debba trasformare in un dipendente vincolando così la propria libertà di azione (compresa quella di andarsene se impossibilitato a lavorare in determinate condizioni) alle logiche burocratiche delle amministrazioni pubbliche.

Personalmente non baratterei la mia autonomia nel lavoro che ho fatto e faccio nelle carceri con nessuna assunzione. Credo fermamente che queste attività debbano essere svolte all’interno della assoluta libertà e semmai, unico rammarico, mi dolgo del fatto che le aree trattamentali nelle carceri italiane stentino a trovare un loro legittimo riconoscimento nei confronti delle altre categorie professionali che, gioco forza, rappresentano le esigenze di custodia.

Bella Italia, dove nel braccio di ferro tra forze sindacali e Istituzioni ministeriali ci perderanno, come sempre, coloro che, per una volta, non hanno colpe. I detenuti.