Il progetto di scorporo della rete telefonica italiana non può gravare “solo sulle spalle di Telecom”. Il messaggio inviato dal numero uno del gruppo di telecomunicazioni, Franco Bernabé, mercoledì, giorno che ha preceduto il primo pronunciamento dell’Authority delle comunicazioni sul piano di separazione del network dalle attività di servizi, è suonato come un monito.

Almeno alle orecchie del Carroccio che, attraverso il senatore, Jonny Crosio, componente della commissione Lavori Pubblici del Senato, ha fatto sapere di avere “dubbi e perplessità”. “Bernabè deve mettere da parte il suo atteggiamento ricattatorio – ha tuonato il senatore sulle agenzie di stampa – le sue dichiarazioni odierne sono sconcertanti, ha detto che favorirà lo scorporo solo se politica e Agcom faranno la propria parte. Intende forse dire garantendo nel risultato finale la posizione di Telecom? Il nostro ruolo è quello di vigilare affinchè le regole e le condizioni di mercato siano uguali per tutti al fine di favorire esclusivamente i cittadini e non di certo Telecom”.

Una precisazione per la quale Bernabé, come nel suo stile, non si è affatto scomposto. Dal suo punto di vista, “mai si sarebbe potuto immaginare” che lo scorporo della rete Telecom fosse stato deciso “strumentalmente come oggetto di negoziazione”. “Sarebbe stato un insulto alla nostra intelligenza e disponibilità”, ha aggiunto il manager. D’altro canto è naturale che la tensione sia alta dal momento che in ballo c’è “ un’operazione costosissima che risolve i nodi di politica industriale lasciati inevasi da 15 anni”. Un progetto che auspica “la politica capisca e sostenga e l’Autorità partecipi, ognuno nel rispetto del ruoli e nella loro autonomia”. Anche perché in ballo c’è “un grande intervento per la modernizzazione del Paese”. E il futuro di Telecom Italia il cui debito ammonta a 29,5 miliardi di euro, parte del quale – assieme a 22mila dipendenti della società su un totale di 54mila – verrà trasferito alla società nella quale  confluirà la rete e in cui intende investire la Cassa Depositi e Prestiti di Franco Bassanini portando in dote la controllata Metroweb.

Non a caso quest’ultimo, proprio mercoledì, nel corso del convegno su “Il futuro della rete”, ha colto l’occasione per battere cassa sottolineando che un potenziamento del ruolo del gruppo pubblico che gestisce i risparmi postali degli italiani da parte dello Stato potrebbe far quadrare meglio i conti dell’eventuale matrimonio con Telecom Italia sulla rete di accesso, ricordando che società europee omologhe della Cdp come la francese CdC o la tedesca Kfw “per legge non pagano le tasse, non pagano i dividendi e hanno la garanzia diretta della Stato”. E poi ha aggiunto: “Se lo Stato ci dà i meccanismi per fare di più e meglio di quello che facciamo il ruolo di Cassa viene potenziato” e nell’eventualità del progetto con Telecom sulla rete “le condizioni per l’impiego delle risorse, se cambiamo, possono far quadrare meglio i conti” con “una redditività sicura e ragionevole nei tempi medi e lunghi”.

Nessuno sconto quindi, ma un investimento nell’interesse di una rete che favorisca lo sviluppo del Paese in linea con quanto indicato da Bruxelles. Una questione che è stata affrontata, nell’audizione in Commissione Lavori Pubblici del Senato, anche dal presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, che ha sottolineato che un partecipazione di Cdp nella futura società della rete Telecom dovrà essere oggetto di “attenta valutazione costi-benefici” tenendo conto anche della “possibile riduzione della concorrenza effettiva o potenziale a livello locale” e delle “eventuali sinergie che permetterebbero di ottimizzare gli investimenti nel settore e minimizzare le sovrapposizioni possibili nella costruzione di più reti nelle stesse città”.

Insomma più che una questione politica, l’affare dello scorporo della rete assomiglia sempre più alla quadratura del cerchio. O meglio dei conti di Telecom, ma anche di quelli dello Stato e dei cittadini. Con i sindacati pronti ad intervenire per difendere i lavoratori che entreranno nella newco della rete e soprattutto quelli che resteranno nella futura Telecom destinata ad essere svuotata di un asset strategico che oggi è a garanzia dell’ingente debito.