Ha senso chiedersi oggi ‘qual è il mio ruolo nel mondo?’, oltre il ‘mio’ lavoro’, il ‘mio’ benessere’, il ‘mio’ futuro, e, azzardiamo, oltre i ‘miei’ figli e la ‘mia’ famiglia? Oltre ciò che è più strettamente (apparentemente) e legittimamente ‘mio’ e, per le imprese, oltre il solo ‘profitto’?

La stimolano momenti come il Mandela Day, o vicende come quelle dell’avvocato (eroe) russo Alexey Navalny, o semplicemente lo spazzino che ora mi sta pigramente davanti a piazza Farnese impegnato a spazzare quel tempo che non passa mai.

Chiedo anche il conforto dei lettori per rispondere alla domanda. Forse per egoismo? Per paura?

Io propendo per l’ignoranza.

Ignoranza dei legami reciproci, di una grande ecosistema intimamente connesso, la cui consapevolezza non può che portarci alla lode del creato e al dono di noi stessi, di cui il cantico delle creature rappresenta l’esempio più alto e più sottovalutato.

Ignoranza della propria forza, del proprio impatto potenziale sul mondo.

Retorica buonista a buon mercato? Si, se non ci fossero conseguenze operative importanti…

Chi butta una carta per terra, ‘…se ne strafrega’ come si dice a Roma. Perchè se ne frega? Perchè, in fondo, è vittima dell’ ‘insignificatività’ dei propri gesti e delle sue conseguenze (anche se, lo so, a Roma direbbero semplicemente ‘…perchè è ‘no stronzo!’). ‘Per sfregio…’ qualcuno obietterà. Sfregio di cosa? Di un mondo per il quale percepiamo, di nuovo, di essere… insignificanti’. Quindi al nostro significato nel mondo, ritorniamo.

Quali conseguenze operative e sociali possiamo trarre da questa risposta?

Che è un bel filone educativo, di certo. Sgombri di significati e impeti religiosi, laicamente, sarebbe bello se educassimo a fondo i bambini al senso – e significatività – del loro ruolo nel mondo, attuale e futuro: in un mondo interconnesso, fraterno, ‘liquido’ ma retto da valori forti di interconnessione e solidarietà. Possiamo essere ‘cittadini attivi’ solo a partire dal senso di noi stessi, dalla dignità e dal significato. Altrimenti sono discorsi inutili, e anche la ‘cittadinanza attiva digitale’ sarà solo un po’ di tecnologia in più.

La maggior parte di chi lavora nel non profit questa domanda se l’è posta e se la pone spesso, chi in modo molto religioso chi totalmente laico. Ma questo non è certo sufficiente, anche se secondo alcuni conferisce ai lavoratori del settore una sorta di ‘primato morale’ ( ‘noi’ siamo molto più centrati su beni comuni, il cambiamento delle condizioni di tutti e la solidarietà rispetto alla media, ma anche ne non profit ci sono mediocri e qualche traffichino).

Il ‘significato personale’ e con esso la responsabilità sociale va assolutamente espanso a tutte le professioni. Dallo spazzino, che produce a suo modo qualità sociale, forse tra le categorie meno ‘consapevoli’ a vedere dalla malavoglia con la quale lavorano, all’autista del bus che connette percorsi, destini quotidiani, luoghi ed opportunità, quando non è in sciopero (a Roma, quasi tutti i venerdì)

Dovrebbe essere una ‘responsabilità gioiosa’ – non penitente o sofferente .

Sandro Calvani, già tra i dirigenti più alti in grado all’Onu nella storia patria, batte sulla alleanza delle ‘4 P’: People, Power, Planet e… Profit. Unica alleanza possibile per il benessere dell’umanità.

Michael Porter, Guru Harvardiano del Management ‘for profit’ ha pubblicato nel 2011 la sua teoria dello shared value (HBR Gennaio 2011), per una nuova visione del capitalismo: “Sopravviveranno nel lungo termine- afferma- solo le aziende che sapranno creare ‘valore condiviso’, economico e sociale al contempo.’” Mentre si stanno affermano forme di ‘capitalismo paziente’, anche finanziario, a supporto del cambiamento sociale.

In realtà quello che le imprese sociali italiane fanno da 30 anni, modello nel mondo, Porter l’ha fatto diventare ‘paradigma’ ed esteso al ‘mercato’.

Speriamo che queste voci, e la nostra interna che ci chiede ‘senso’, siano ascoltate con sempre maggiore attenzione da tutti, cittadini e imprenditori, amministratori pubblici e politici, insegnanti, genitori e bambini. E soprattutto, che il senso (alto) di sé e la responsabilità gioiosa si insegni sempre prima, e bene, nelle scuole (nonostante la depressione di alcuni insegnanti).

Agli ‘eroi del non profit’, preferisco la responsabilià (gioiosa) di tutti, e per diffondere tale responsabilità e ‘empowerment’ il non profit dovrebbe lavorare: non per ‘salvare il mondo’ da solo, ma perchè tutti sentano di poterlo e voler contribuire a farlo.